L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cultura & Spettacolo

Ore 21,30: Rete4. Istruzioni per l’uso

Un canale che in prima serata non cambia mai, ed è proprio questo il suo fascino strano

di Andrea Fiore -


È una settimana che scorre via dritta come un binario, dove a cambiare è solo il timbro della voce che fa compagnia al pubblico. Forse, il tutto, andrebbe guardato senza aspettarsi lo scoop che cambia la storia. Forse questa non è informazione, è una lunga serie televisiva che usa la politica e la cronaca come copione. Non c’è inganno, ma solo tanto, tantissimo mestiere.

Il lunedì c’è Nicola Porro che sembra sempre a una festa dove conosce tutti, ma in fondo non si ferma a parlare davvero con nessuno. Rimbalza da un ospite all’altro con la ‘nonchalance’ di chi attraversa il soggiorno di casa sua. Le opinioni non la fanno da padrone, si sfiorano appena e via verso la pubblicità. Il segreto è tutto nel ritmo.

Il martedì, con Mino Infante, si cambia completamente aria. Qui la storia cammina in punta di piedi, rallenta, fa venire il dubbio che stia per succedere qualcosa e poi lascia il pubblico lì ad aspettare. L’inchiesta non ha fretta di chiudersi, vuole solo catturare chi guarda e tenerlo incollato al divano.

Il mercoledì si arriva nel salotto di Bianca Berlinguer, un palco dove ognuno sale già con la sua parte imparata a memoria. Lei tiene il timone senza bisogno di sgomitare, e le dinamiche girano come un orologio svizzero. Più che le parole, qui ci si gode il gioco di espressioni e di sguardi. Insomma, le sfumature.

Il giovedì è il turno di Paolo Del Debbio, qui la scena si apre. Lui lo spazio se lo mangia, ci cammina dentro, lo usa per fare discorso. La politica diventa una questione di pelle, di vicinanza, di botta e risposta con la pancia del pubblico. È uno che conosce il suo studio e sa esattamente cosa far scattare.

Il venerdì con Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero si entra in modalità giallo: una trama a capitoli che non cerca mai la verità definitiva, ma preferisce l’atmosfera. Luci basse, pause studiate e silenzi che pesano, tutto costruito per far sentire lo spettatore dentro il racconto.

Il sabato è una boccata d’aria che non spezza il filo. Tra documentari e serate evento, il passo si fa improvvisamente più lento, quasi meditativo, con Toni Capuozzo che prende per mano chi guarda e lo fa camminare dentro le immagini come fossero pagine di un vecchio album di famiglia.

La domenica offre il bivio finale. Da una parte Giuseppe Brindisi che prova a tenere insieme un coro di voci disordinate; dall’altra Mario Giordano che prende l’indignazione quotidiana e la mette a volume dieci. Due modi opposti di dare un finale a tinte forti alla settimana.

Ogni sera dal proprio divano, il consiglio è quello di mettersi comodi e guardare oltre lo schermo: non un semplice telegiornale, ma una TV che si specchia in se stessa ricordando che gli ospiti fissi — Sia giornalisti che politici —  non sono necessariamente i migliori, ma semplicemente quelli che non inceppano mai gli ingranaggi. Basta imparare a leggere questo linguaggio per accorgersi che non c’è alcun mistero, ma un grande spettacolo di artigianato televisivo.


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