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Salute

Disfunzione erettile? Chiedo per un amico

Il fantasma più affollato d’Italia: tre milioni di uomini che fingono, evitano, arrossiscono e continuano a chiamarsi “Amico” pur di non dire “io”.

di Andrea Fiore -


In Italia c’è un fantasma che si aggira ogni volta che un uomo deve ammettere qualcosa di scomodo: l’Amico. Quello che ha un problema, ma “non io eh, ci mancherebbe”. Il dettaglio quasi comico è che questo fantasma ha i numeri di una metropoli: tre milioni di uomini. Un esercito silenzioso che convive con la disfunzione erettile fingendo che sia un incidente passeggero, un capriccio del destino, un errore del server.

La verità è che non siamo davanti a un semplice disturbo, ma a un crash test culturale. Mostra quanto l’uomo italiano sia ancora prigioniero di un’idea di virilità ferma a un vecchio spot in bianco e nero. La medicina corre, lui resta fermo a metà del Novecento, convinto che ammettere una fragilità equivalga a perdere un referendum sulla propria identità.

Il giudizio universale

Gli andrologi lo vedono ogni giorno: nel 90% dei casi l’uomo in studio non ci entra da solo. Ci arriva spinto, come un adolescente colto in flagrante. È la partner che parla, che spiega, che affronta la questione, mentre lui fissa il pavimento e spera solo che finisca presto. Questo è il vero sintomo: la salute sessuale non è vissuta come un pezzo della salute generale, ma come un giudizio universale. E ai giudizi, si sa, molti preferiscono non presentarsi.

Quando qualcosa si inceppa, scatta un protocollo di autodifesa basato sull’orgoglio più che sulla scienza. Si parte con l’alibi dello stress, ripetuto così tante volte da diventare esso stesso una fonte di ansia. Poi si passa al mercato nero digitale, comprando pillole dai colori improbabili su siti che sembrano gestiti da un hacker in ciabatte. E infine la fitoterapia disperata: radici, polveri e intrugli esotici che promettono miracoli e regalano solo gastrite.

Normale manutenzione

È un problema a due facce: biologico e culturale. Da una parte ci sono l’età, i ritmi folli, i segnali cardiovascolari. Dall’altra un modello di mascolinità che non contempla la parola “fragilità” e considera il corpo come un motore che deve funzionare per decreto, non per cura.

Il punto è che il vero tabù non è il sesso: è la verità. Siamo ancora convinti che la virilità sia una performance e non una relazione. Che il corpo debba obbedire anziché dialogare. Che chiedere aiuto sia un’umiliazione e non normale manutenzione.

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