Due italiani sposati e rispediti da Zanzibar perché omosessuali
Quattordici ore senza acqua, senza spiegazioni e senza diritti
Arrivano a Zanzibar alle 7 del mattino, volo Flydubai. Una vacanza che dovrebbe cominciare si spezza al controllo passaporti. Due cittadini italiani, sposati, si presentano insieme. L’agente li guarda, chiede: «State insieme». Una domanda neutra, che però ritorna. Seconda volta. Terza volta. L’insistenza diventa sospetto, poi ostilità.
Alla terza domanda uno dei due prova a deviare: «Siamo amici». Non serve. I funzionari li fermano, ritirano i passaporti, li spingono nell’area internazionale dell’aeroporto: il limbo dove non appartieni a nessun luogo, dove sei già respinto ma non ancora partito. Nessuna spiegazione, nessuna assistenza, nemmeno un bicchiere d’acqua. Solo l’ordine di restare immobili, come se fossero un inconveniente da smaltire.
Rimangono lì fino alle 21:30. Quattordici ore senza informazioni, senza contatti e senza interlocutori. Quando finalmente sono scortati al gate, la scena è quella riservata ai detenuti: personale di sicurezza, controllo continuo, passaporti riconsegnati solo nel momento esatto in cui mettono piede sull’aereo che li riporta indietro.
La ragione non viene pronunciata. Non serve. È evidente. Sono una coppia omosessuale. Zanzibar, come la Tanzania, criminalizza l’omosessualità e consente alle autorità di respingere chi viene considerato “incompatibile” con la morale pubblica. Una norma che diventa arbitrio e si trasforma in violenza amministrativa.
Il caso potrebbe aprire una questione diplomatica: due cittadini italiani respinti senza motivazione formale, trattenuti per ore, privati dei documenti, trattati come colpevoli. Una procedura che contrasta con ogni standard internazionale e mostra come la discriminazione possa diventare prassi quando nessuno la ostacola.
Ma c’è un livello più profondo: la vulnerabilità delle coppie LGBTQ+ quando attraversano confini che non riconoscono la loro esistenza. Non è un incidente. È un promemoria. In molte parti del mondo essere una coppia omosessuale non è una condizione privata: è un rischio, un motivo di esclusione, un pretesto per negare diritti elementari come entrare in un Paese, bere un bicchiere d’acqua, non essere trattati come sospetti.
I due italiani sono stati allontanati dall’isola. Zanzibar resta come il luogo che ha deciso che il loro matrimonio è un crimine. Ma la domanda è più ampia: cosa accade quando la discriminazione non è un gesto individuale, ma un atto dello Stato? E cosa significa, per un Paese europeo, vedere due suoi cittadini respinti perché sono ciò che sono?
La risposta non può essere affidata all’indignazione. Serve una posizione chiara. Perché ciò che è accaduto non riguarda solo una coppia. Riguarda la libertà di movimento, la dignità, il riconoscimento. E riguarda il fatto che, nel 2026, due italiani sposati possono ancora essere trattati come criminali solo per il loro orientamento sessuale.
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