L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cultura & Spettacolo

Per celebrare la Giornata degli internati, libro e film su Giovannino Guareschi

di Redazione -


di FEDERICA GIORGI

Il giornalista Marco Ferrazzoli è, da un quarto di secolo, studioso della figura di Giovannino Guareschi. La sua ultima opera “Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra)”, edita da Rai Libri, racconta la vita dello scrittore, giornalista e umorista, creatore dei celebri personaggi di Don Camillo e Peppone, affrontando tra l’altro la prigionia patita nei lager nazisti e il carcere subito dopo la condanna per diffamazione su querela di Alcide de Gasperi. Cioè i due punti di partenza e conclusione del film andato in onda ieri in prima serata su Rai1, “Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano”. Una coincidenza non casuale, visto che Ferrazzoli è anche co-sceneggiatore del biopic diretto da Andrea Porporati.

Il saggio ovviamente copre in modo più ampio del biopic la parabola umana, giornalistica e letteraria di Guareschi, ma in entrambe le opere la sofferenza nei lager nazisti come Internato Militare Italiano viene assunta quale perno della ricostruzione biografica.

E qui scatta la seconda coincidenza non casuale, visto che la pellicola Rai è andata in onda ieri sera per celebrare il 20 settembre come Giornata nazionale dedicata agli internati italiani nei campi tedeschi, quindi in primis proprio agli IMI: una ricorrenza istituita a partire dal 2025 con una legge promossa dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e approvata all’unanimità dal Parlamento.

Nel 1943 infatti Guareschi fu deportato, assieme ad altri 650 mila soldati e ufficiali, dopo aver rifiutato ogni collaborazione con i tedeschi e con la Repubblica Sociale Italiana. E come loro ha affrontato venti mesi di patimenti, in cinque diversi campi di concentramento tra Germania e Polonia.

Il lager è stato per lo scrittore una “dura scuola” di vita e di giornalismo politico, nella quale maturò la consapevolezza che la difesa dello spirito è la miglior garanzia per la sopravvivenza del corpo.

Da quell’inferno scaturì il suo celebre motto “Non muoio neanche se mi ammazzano”, manifesto di una dignità personale non barattabile e preso come titolo del film. Ma anche pagine e opere straordinarie come “La Favola di Natale”, composta nel Natale del 1944.

Guareschi è noto soprattutto per la creazione del “Mondo piccolo”. Ma è stato molto più che l’autore dei racconti di Don Camillo e Peppone e dei film con Gino Cervi e Fernandel da essi ispirati.

A proposito dei quali, ecco un’altra coincidenza: ieri sera la presentazione del libro e la proiezione del film si sono tenute in successione a Brescello, paese notissimo come location delle pellicole guareschiane, durante la manifestazione “Parva Mundi” (cioè proprio “Mondo piccolo”).

Ferrazzoli analizza questo universo narrativo riconducendolo al principio di Giuseppe Verdi che Guareschi fece suo (l’affinità tra i due era tale che lo scrittore prese casa accanto a quella dove il compositore era nato) dell’“invenzione del vero”. Spiega cioè come lo scrittore costruì la saga di Don Camillo e Peppone rielaborando – nell’ottica della provincia, della Bassa padana – i feroci scontri politici e ideologici del dopoguerra. Pci contro Dc, Urss contro Usa, democrazia liberale contro socialismo reale.

La rielaborazione serviva però a far distinguere l’ideologia marxista – da combattere con fermezza e persino con ferocia, si pensi all’implacabile caricatura del “trinariciuto”, le vignette dell’“Obbedienza cieca pronta assoluta” – dal singolo individuo che ne cade vittima e che va invece salvato attraverso la coscienza, portandolo cioè a sottrarre il cervello dall’ammasso.

Negli anni della maturità poi – anche a seguito della progressiva emarginazione, culminata nella chiusura del settimanale guareschiano, Il Candido – lo sguardo dello scrittore si fece più drammaticamente profetico e apocalittico: denunciò l’omologazione della società dei consumi, il degrado ambientale, l’alienazione tecnologica e la perdita dei valori tradizionali. Trovando un singolare punto di convergenza con l’antimoderno Pier Paolo Pasolini, anche se lo scrittore friulano tolse la firma dal film “La Rabbia”, al quale i due avevano curiosamente lavorato assieme nel 1963.

“Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra)” restituisce piena dignità a un gigante della cultura del Novecento, riscattandolo dall’ostracismo decretato contro Guareschi dall’accademia e dall’intellighenzia, dell’epoca e successive.

Il lavoro di Ferrazzoli spiega come la lezione di coerenza e indipendenza di questo intellettuale reazionario rimanga un punto di riferimento fondamentale per comprendere la storia recente del nostro Paese.

È frutto di uno studio rigoroso, di un’indagine storiografica che, spiega l’autore, prende le mosse da una matrice affettiva: la lettura infantile del “Corrierino delle famiglie” e la successiva frequentazione con i figli di Guareschi, Alberto e Carlotta, curatori dell’Archivio paterno a Roncole Verdi. Il volume si propone soprattutto di smontare i decennali fraintendimenti critici che hanno ridotto uno degli autori italiani più letti al mondo a mero bozzettista di provincia.

PER TUTTE LE NEWS DI CULTURA & SPETTACOLO


Torna alle notizie in home