Festa della Liberazione, a sinistra qualcosa non funziona
Che proprio la sinistra finisca per dividersi sulla Festa della Liberazione è sintomatico che qualcosa non funziona più. Quella del 25 aprile è stata sempre definita come una giornata emblematica per tutti gli italiani e per l’intero Paese. Una data che, però, quei movimenti che si vantano di aver raccolto l’eredità dei partiti che si opposero al fascismo hanno sempre tentato di accaparrarsi come esclusivamente propria. E fin qui, nel gioco delle parti al quale la politica dei giorni nostri ci ha abituato, è tutto normale. Però, una cosa è marcare le distanze dal centrodestra accusandolo – sebbene la critica sia ridicola e anacronistica – di simpatie politiche verso quella stagione terminata con la Liberazione, altro è cacciare dal corteo del 25 aprile una Brigata che ha combattuto il nazifascismo al fianco delle forze alleate. E tanto più assurdo è che la Brigata in questione sia proprio quella Ebraica.
La Brigata Ebraica fuori dal corteo
L’episodio ha fatto ovviamente scalpore, ma soprattutto ha giustamente provocato una lunga serie di polemiche che hanno coinvolto anche l’Anpi, oltre che tutti i partiti di sinistra. Inutile dire che, formalmente, la condanna per quanto accaduto è stata unanime. Eppure, limitarsi a stigmatizzare l’accaduto, derubricandolo a uno degli ormai consueti incidenti che si verificano durante le manifestazioni nelle quali partiti ed esponenti del centrosinistra sono in prima linea, è decisamente troppo poco. Perché, così come non è accettabile che tante manifestazioni definite pacifiche degenerino in episodi violenti anche gravi, con assalti alle forze dell’ordine e devastazione di spazi pubblici ed esercizi commerciali, non è tollerabile che in un corteo contro il nazifascismo ci si scagli contro chi rappresenta il popolo che più di tutti ha pagato quell’esperienza.
L’odio per Netanyahu non giustifica l’episodio
Di certo, la critica legittima e condivisibile all’arroganza e alla prepotenza di Netanyahu e del suo governo non basta a giustificare l’accaduto. E probabilmente anche chi critica l’episodio dovrebbe farsi un profondo esame di coscienza. Chiedersi se e quanto il proprio atteggiamento tollerante nei confronti del movimento pro Pal, anche quando ha dato sfoggio del peggio di sé, abbia in qualche modo costituito un alibi per chi, in nome dell’antifascismo, ha avuto la geniale idea di cacciare la rappresentanza ebraica dal corteo celebrativo della Liberazione d’Italia. O anche se sia normale che il Pd chieda a un proprio senatore, Graziano Delrio, di ritirare un provvedimento contro l’antisemitismo.
Il cortocircuito alla festa della Liberazione
Perché stare con due piedi in una scarpa non è solo ambiguo, diventa pericoloso. Si rischia di perdere l’equilibrio e con esso la giusta postura. Senza contare che a furia di guardare esclusivamente dall’altra parte del campo a proposito di pulsioni illiberali e antidemocratiche si finisce per non vederle quando provengono dal proprio interno. Così capita che un bel 25 aprile Giorgia Meloni, accusata senza mezzi termini dalla sinistra di appartenere a una storia politica da condannare tout court, evochi “la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. Mentre chi si erige a paladino di questi valori, pretendendoli in Italia come in Palestina, si scaglia contro la Brigata Ebraica.
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