Gli illusionisti del centro che non c’è
Matteo Renzi non se n’è mai andato. Riappare, come mattatore senza popolo, occupa la scena anche quando la platea è rada, costringendo giornali, commentatori e palazzi a parlare di lui più di quanto parlino i numeri. È uno dei paradossi italiani, chi ha poco consenso può conservare molta funzione, o molta rappresentazione di funzione, specie se i due schieramenti mostrano il fiato corto.
Dalle formule sul centro, sulle case riformiste, sulle federazioni e sulle possibili larghe intese, emerge un dato, l’attuale sistema politico fatica a rappresentare il comune sentire del Paese. La destra governa, ma non riesce a elaborare una cultura liberale di governo. La sinistra protesta, ma fatica a diventare proposta progettuale. In mezzo si muove un ceto politico che sopravvive a ogni stagione, convinto che la responsabilità consista nel restare in piedi più che nel rispondere delle responsabilità del giorno prima.
La frattura del 25 aprile
Poi arriva il 25 aprile, e la retorica cade. A Milano la memoria della Liberazione è diventata campo di interdizione, la Brigata Ebraica simbolo della lotta al nazifascismo, non ha potuto sfilare serenamente, mentre a Roma due iscritti all’ANPI sono stati feriti da colpi sparati con una pistola ad aria compressa. Il riflesso condizionato della politica è sempre lo stesso, scaricare, accusare, polarizzare, trasformare ogni frattura civile in un titolo di parte. A Milano, inoltre, le donne e gli uomini della Polizia di Stato, chiamati a contenere il disordine prodotto da altri, sono stati posti ingenerosamente sotto accusa.
Ma la frattura di quella piazza è stata dirompente, al punto che, nell’incontro tra il Questore, la delegazione della Brigata Ebraica e della comunità ebraica milanese, sono intervenuti telefonicamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il Capo della Polizia Vittorio Pisani. È di tutta evidenza che non si è trattato di un problema di ordine pubblico, ma di una lacerazione politica e civile dentro lo stesso campo.
Così il conformismo del sistema ha mostrato la sua faccia più moderna, il cinismo tattico elevato a pensiero, la conservazione di sé travestita da senso delle istituzioni. Per questo l’idea del centro non può essere usata per tenere in piedi sé stessi. Non è una tecnica di autoconservazione. Il centro, nella sua tradizione popolare, democratico-liberale, sociale ed europea, è una nobile cultura politica, non un tinello parlamentare dove si ricompongono biografie usurate.
I cittadini non hanno bisogno di inciuci dalle buone maniere, né di alchimie di parlamentari datati. Hanno bisogno di un nuovo processo di costruzione politica e sociale, di una visione capace di parlare al lavoro, all’economia, all’impresa, ai diritti di cittadinanza, ai giovani, alla sicurezza pubblica, alla giustizia e alla scuola. Perché anche sulle riforme della giustizia non si può procedere per scomuniche, e sulla sicurezza pubblica non si può oscillare tra propaganda e diffidenza. Un Paese serio non riduce la complessità a slogan, ma governa con responsabilità. Il riformismo liberale, quando viene ridotto a grammatica del potere, si consuma.
Una domanda da porsi
E tuttavia proprio da lì può riaprirsi una domanda più seria, esiste uno spazio per un liberalismo popolare e un riformismo sociale europeo? Quello spazio, però, non può nascere con gli stessi attori che hanno attraversato tutte le stagioni della politica. Tra quelli oggi in campo non si vede nulla di nuovo, ma si rivedono, figure ingiallite, linguaggi già ascoltati e scenografie rimesse in piedi con vecchi attrezzi. La vera notizia non è l’ennesima rottamazione, ma la capacità di rottamare il metodo, che spaccia il rinnovamento per riposizionamento, la politica per manovra, il centro per compensazione dei senza popolo.
C’è bisogno di aria fresca che arrivi da fuori, di energie non logorate dal professionismo politico e dalla manutenzione del sistema. Perché quella che passa da una stanza all’altra è sempre la stessa aria. Ed è viziata.
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