Fiducia nella giustizia. Ma non semini sfiducia
A Torino una tredicenne entra in un minimarket e ne esce sconvolta dopo un’aggressione sessuale documentata dal suo racconto e dalle telecamere. I filmati mostrerebbero che poco prima il commerciante aveva molestato un’altra donna. La Polizia interviene, il pubblico ministero chiede il carcere. Il Gip non convalida il fermo perché esclude il pericolo di fuga e dispone l’obbligo quotidiano di firma. Riconosce gravi indizi ed esigenze cautelari, ma ritiene sufficienti l’incensuratezza, la confessione, la resipiscenza e il “trauma” delle due notti in cella come deterrente. Non è un’assoluzione né una sentenza. È una decisione cautelare e provvisoria.
La Procura l’ha impugnata davanti al Riesame. Il ministro Nordio ha inviato gli ispettori. L’Associazione nazionale magistrati denuncia attacchi scomposti. È vero. Ma è vera anche la parte del riflesso corporativo che appare in trasparenza. Le decisioni si rispettano perché viviamo in uno Stato di diritto. Non per questo devono essere condivise o sottratte al giudizio pubblico. L’autonomia non è extraterritorialità. Il giudice deve essere indipendente dal governo, dai partiti e dalla piazza, non dalla realtà. Non abita una repubblica separata, dove le motivazioni parlano ai codici ma non alle vittime. Quando una misura appare sproporzionata rispetto alla gravità dei fatti o al rischio di reiterazione, il problema diventa civile.
La giustizia conserva il potere di decidere, ma perde credibilità. La toga resta intatta, ma l’autorevolezza della funzione si scolora. Nel processo penale la cautela non è una pena anticipata. Questa garanzia va difesa anche quando l’indagato suscita ripugnanza. Ma il garantismo non è perdonismo, non dimentica la vittima per dimostrarsi più civile del reato e non trasforma il processo in un laboratorio estraneo alla sofferenza umana. Garantire l’indagato non significa credere che due notti in carcere rieduchino per illuminazione istantanea né trasformare il pentimento in una polizza contro il rischio.
La civiltà giuridica protegge l’accusato dall’abuso e la vittima dall’abbandono. Se dimentica uno dei due, non è garantismo ma astrazione dalla realtà. È sempre più necessaria una riforma della giustizia italiana ispirata alla cultura politica liberalsocialista. Non indulgente con il potente e severa con il debole, né concepita come vendetta contro le toghe. Una riforma che coniughi indipendenza e responsabilità, restituisca tempi ragionevoli, motivazioni comprensibili e centralità alle vittime, senza sacrificare le garanzie dell’indagato. Il liberalismo limita ogni potere e obbliga ciascuno a rispondere di come lo esercita.
Giorgia Meloni ha detto che tutta la catena aveva funzionato e quel provvedimento l’ha spezzata. La reazione ha attraversato destra e sinistra. La presidente del Consiglio dispone di una leadership riconosciuta in Italia e all’estero, ma non più sufficiente. Una leader può indicare la direzione, non sostituire classi dirigenti in ogni settore. Se politica e giustizia non governano con equilibrio processi complessi, il cittadino vede uno Stato che apre una porta e un altro che sembra richiuderla. È lo stesso terreno sul quale, a Milano, una ventina di giovani ha circondato e aggredito i poliziotti intervenuti dopo la fuga pericolosa di uno scooter. Sono servite otto pattuglie per contenere il branco e due agenti sono rimasti feriti. Chiamarli “maranza” aiuta i titoli, non la comprensione.
Il branco pretende di processare la Volante della polizia e rivendica una sovranità concorrente a quella dello Stato. Con i necessari e opportuni distinguo storici e criminali, affiora una grammatica mafiosa di alcune periferie. Il gruppo delimita il territorio, pretende obbedienza e considera l’impunità un segno di appartenenza. Torino e Milano non sono vicende sovrapponibili. Nel primo caso si discute una decisione legittima di un giudice indipendente. Nel secondo si aggredisce la Polizia per controllare la strada con la violenza. Ma entrambe alimentano la stessa domanda. Chi garantisce il limite? Se il poliziotto viene accerchiato e disorientato dall’esito del proprio lavoro, se una vittima minorenne appare come un dettaglio del fascicolo e la politica trasforma ogni emergenza in propaganda, la fiducia non protesta. Se ne va. Alle forze di Polizia vanno restituite fiducia e autorevolezza.
Non significa autorizzare abusi, sottrarle ai controlli o consegnare loro un potere senza limiti. Significa riconoscere l’autorità loro affidata, regolata dalla legge e verificabile, perché in democrazia prevalgono le regole dello Stato di diritto, non la forza del branco, la convenienza politica o l’autosufficienza corporativa. Un poliziotto controllato dalla legge non è indebolito. Ma deve essere messo nelle condizioni di farla rispettare. Non serve una giustizia feroce né una magistratura obbediente. Servono giustizia autorevole, politica adulta e istituzioni capaci di parlarsi. L’indipendenza senza responsabilità percepita dalla popolazione alimenta l’idea del privilegio. La sicurezza pubblica delegittimata dal massimalismo politico diventa slogan. Quando le decisioni dello Stato sono incomprensibili, arrivano il branco, la vendetta e l’uomo forte a offrire risposte più semplici. È così che si lasciano lentamente agonizzare le conquiste civili e giuridiche della nostra democrazia
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