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Politica

Se la clava del femminismo si infrange sulle “ginocchiere” grilline

Il caso delle "ginocchiere" alla Camera smaschera il finto femminismo del M5S. Meloni replica in Aula e Conte si arrampica sugli specchi

di Anna Tortora -


Dovevano essere le ore della responsabilità, della visione alta e del confronto rigoroso in vista di un Consiglio europeo decisivo per i destini del Continente. E invece, l’Aula della Camera si è ritrovata ancora una volta a fare i conti con le macerie stilistiche e culturali di un Movimento 5 Stelle ormai ridotto all’avanspettacolo.
Il casus belli è stato una di quelle uscite che descrivono chi le pronuncia prima ancora di scalfire chi ne è l’oggetto. Il capogruppo grillino, Francesco Silvestri, ha pensato di contestare la linea di politica estera del Governo rivolgendosi alla Presidente del Consiglio con un’immagine di rara eleganza: «Lei non ha rialzato la schiena, lei ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda».

Al netto della discussione sui bilanci della Difesa o sul posizionamento atlantico, l’episodio ha spalancato una riflessione profonda che investe direttamente il rispetto dovuto alle donne nelle istituzioni. Dietro la fragile foglia di fico della “critica geopolitica” è riemerso infatti un vecchio vizio di certa Sinistra: l’incapacità quasi psicologica di decifrare l’autorevolezza di una donna al potere senza doverla per forza ricondurre a una logica di subalternità o di concessione altrui. È il fallimento di quel femminismo a targhe alterne che si straccia le vesti per un asterisco o per una declinazione di genere, ma poi resta immobile di fronte all’insulto mirato contro un’avversaria politica.

La replica di Giorgia Meloni è stata la risposta ferma di chi non ha bisogno di patenti di legittimità da parte di nessuno:
«Quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una persona che senza mai indossare delle ginocchiere è arrivata dove è arrivata, senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie. Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio sia arrivata dalla destra perché voi non siate stati capaci a proporla».

Un affondo talmente specchiato da scatenare l’imbarazzo persino nel fronte delle opposizioni, tanto che, Anna Ascani, presidente di turno alla Camera, si è scusata i pubblicamente con l’Aula per non essere intervenuta tempestivamente a censurare l’espressione di Silvestri nel marasma della seduta.

Ma il vero capolavoro della giornata è andato in scena nel Transatlantico, dove Giuseppe Conte ha offerto una disperata difesa d’ufficio che ha rasentato il ridicolo. Il leader del Movimento, l’uomo della pochette e dei diritti civili, ha tentato di spiegare ai cronisti che nell’uscita del suo fedelissimo non vi fosse “alcun intento sessista o offesa di genere”, bensì una legittima “metafora politica” per descrivere la supposta sudditanza della premier ai partner internazionali. Viene quasi da sorridere a immaginare cosa sarebbe accaduto a parti invertite, con quali piazze mobilitate e quali accuse di deriva patriarcale avremmo dovuto fare i conti se quella “figura retorica” fosse stata indirizzata a una leader progressista.

A chiudere la partita è stata la battuta della stessa Premier che, uscendo da Montecitorio, ha commentato con amara ironia: «Questi mi danno sempre una mano…». È la pura verità. Nel disperato tentativo di affibbiare patenti di subalternità agli altri, Conte e i suoi pasdaran sono riusciti soltanto a mostrare la propria irrimediabile superficialità istituzionale.

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