Preferenze: il doppio bluff che smaschera tutti. Ma il Governo va avanti
“Prevale la responsabilità di governare”. È questa la frase che fotografa, al momento, lo stato d’animo della maggioranza dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla legge elettorale. Niente crisi di governo, nessuna corsa al Quirinale, almeno per ora. Piuttosto una riflessione politica interna, quella sì, soprattutto riguardo il fuoco amico dei franchi tiratori. Perché essere andati sotto al voto, seppur di un punto, ha inevitabilmente aperto un problema nella coalizione, ma sul piano istituzionale il quadro è molto meno drammatico di quanto raccontato nelle prime ore.
Non esiste alcun automatismo che imponga le dimissioni dell’esecutivo: non si trattava di una questione di fiducia né di un decreto del governo, bensì di un emendamento a un provvedimento di natura parlamentare. La proposta, sottoscritta da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, introduceva un sistema misto: capilista bloccati e, a seguire, fino a tre preferenze da esprimere tra i sei candidati proposti, con l’obbligo dell’alternanza di genere. Era il compromesso raggiunto dopo settimane di trattative con Lega e Forza Italia, inizialmente molto fredde sull’ipotesi di reintrodurre le preferenze.
Lo scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni, ha però cambiato tutto. Il risultato finale – 188 contrari contro 187 favorevoli – certifica l’esistenza di una trentina di franchi tiratori, anche se nessun partito della maggioranza ne rivendica la paternità. Da qui la richiesta di Meloni di capire “chi non ha votato” e la riflessione politica annunciata dalla premier.
L’errore della prova di forza sulle preferenze
La prassi insegna che governi di ogni colore sono stati battuti su singoli emendamenti senza che questo producesse necessariamente una crisi. Semmai, l’errore politico della maggioranza è stato un altro: trasformare quel voto in una prova di forza. Governo e relatori hanno espresso parere favorevole sull’emendamento anziché, come da prassi, rimettersi all’Aula. Hanno caricato la votazione di un significato politico che, dopo il risultato, è inevitabilmente ricaduto sull’esecutivo e soprattutto sulla presidente del Consiglio, che sulle preferenze aveva scelto di metterci personalmente la faccia.
Ma la giornata successiva al voto racconta anche un’altra storia, quella delle opposizioni. Dopo aver ottenuto il voto segreto e aver messo in evidenza le divisioni della maggioranza, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Italia Viva e Più Europa hanno ritirato quasi tutti gli emendamenti ancora pendenti sulla riforma elettorale, mantenendo solo alcune proposte tecniche, come quelle sui fuorisede, sulle firme digitali e sulle modalità di accesso alla competizione elettorale. Tra gli emendamenti ritirati c’era anche quello di Luigi Marattin, che interveniva sul tema delle preferenze. A quel punto, l’unica proposta rimasta in Aula per restituire ai cittadini la scelta sui parlamentari da eleggere era quella presentata da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. L’emendamento eliminava i capilista bloccati e prevedeva l’elezione dei candidati esclusivamente attraverso le preferenze espresse dagli elettori.
Due bluff smascherati, ora la partita passa al Senato
Una proposta che le opposizioni hanno respinto, come avevano già annunciato, con la scusa di non condividerne l’impostazione complessiva. Giuseppe Conte lo aveva dichiarato esplicitamente; la stessa linea è stata seguita dal Pd, da Avs, da Italia Viva e da Più Europa. Anche Forza Italia e Lega hanno respinto la proposta, mentre a sostenerla sono stati Futuro Nazionale, Fratelli d’Italia e Noi Moderati.
Il risultato è che entrambi i voti a Montecitorio hanno finito per smascherare due bluff: quello della maggioranza, che ha scoperto di non essere poi così compatta – e che ora è a caccia dei responsabili – e quello delle opposizioni, che sì hanno “smascherato” le debolezze della coalizione di governo, ma anche mostrato come la priorità non fosse tanto modificare davvero la legge elettorale quanto infliggere una sconfitta politica.
Perché con gli emendamenti ritirati è difficile sostenere che la battaglia fosse esclusivamente nel merito. Si è, anzi, palesato un centrosinistra unito contro la maggioranza nel non voler restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Intanto, l’iter dello Stabilicum prosegue. Al Senato il tema potrebbe essere riaperto, anche perché a Palazzo Madama si potrà votare senza il voto segreto, rendendo impossibile il gioco dei franchi tiratori. È l’ipotesi evocata dal presidente Ignazio La Russa, che parla della possibilità di correggere “chirurgicamente” il testo.
Siamo in una fase di verifica, piuttosto che di crisi. Perché il voto sulle preferenze ha finito per mettere a nudo le contraddizioni di tutti gli schieramenti: un principio rivendicato da molti, ma che al momento decisivo ha trovato meno favorevoli del previsto.
TUTTE LE NEWS DI POLITICA
Torna alle notizie in home