Convinti fosse oro, rubano due calcoli renali
Un colpo nato per brillare e finito nel grottesco: il bottino più inutile d’Italia
A Pordenone dei ladri entrano in casa di un giornalista e, dopo aver frugato ovunque, escono convinti di aver messo le mani su un tesoro. In mano stringono una scatolina misteriosa, custodita con cura, con dentro due “pietre” irregolari. Oro? Gemme? Un cimelio di famiglia? No: calcoli renali. Due. Un furto che sembra scritto per una commedia dei fratelli Vanzina, con l’equivoco centrale che non salva nessuno: qui il colpo di scena non porta fortuna, porta solo imbarazzo.
Reliquie rassicuranti
La domanda vera non riguarda i ladri, ma noi. Perché conserviamo queste reliquie intime? Perché teniamo in casa ciò che il corpo ha espulso con rancore? I calcoli renali non sono un’eccezione: fanno compagnia ai denti da latte in scatolina, alle radiografie ingiallite, alla ciocca del primo taglio, al biglietto del pronto soccorso, alla benda “storica” di una caduta epica. Sono la nostra archeologia personale: oggetti che non valgono nulla, ma raccontano tutto. Piccoli trofei di dolori superati, prove materiali che siamo passati attraverso qualcosa e ne siamo usciti abbastanza interi da conservarne il reperto.
Valore affettivo
E allora, davanti a quei due sassolini rubati, la domanda si allarga: quanto ci teniamo davvero a queste reliquie?
Perché, se ci pensiamo bene, sono gli unici oggetti che custodiamo non per ciò che sono, ma per ciò che ci hanno fatto. A questo punto, viene quasi da chiederselo con un sorriso: non sarebbe il caso che i ladri, prima o poi, ci chiedessero un riscatto… e noi, per un attimo, ci pensassimo davvero?
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