Trump e Meloni, il comune pericolo di diventare anatre zoppe
Il sinistro presagio dello spettro dell’anatra zoppa si aggira con forza sia oltreoceano che nei palazzi romani, seppur con premesse e prospettive profondamente differenti. Partiamo da dire che il presidente americano, a torto o a ragione, è in buona parte artefici del suo attuale posizionamento.
Per Donald Trump, l’ipotesi di trovarsi con le mani legate dopo le elezioni di metà mandato è uno scenario concreto, ma tutt’altro che drammatico. È certo altamente probabile che il tycoon debba fare i conti con una maggioranza alternativa dei democratici sia alla Camera che al Senato, quest’ultimo organo di preminente importanza per la conferma degli atti presidenziali. Certo, al Senato il Partito Repubblicano conserva qualche chance di mantenere il controllo, ma alla fine della fiera a Trump interessa il giusto.
La stragrande maggioranza dei presidenti americani ha perso le elezioni midterm. Se non si tratta di una vera e propria certezza, siamo comunque davanti ad una tradizione abbastanza consolidata. Ossia che la forza di governo venga temperata a metà mandato, probabilmente è uno strumento indiretto fondamentale di checks and balances, nell’insieme del sistema statunitense.
Questo andamento incide solo marginalmente sulle successive corse alla Casa Bianca, dove peraltro è decisamente troppo presto per stabilire se J.D. Vance sarà il candidato repubblicano e chi sarà il suo sfidante. Mancando ancora due anni e per la politica americana si tratta di un’era geologica.
Cosa rischia Trump?
Ciò che appare certo è che Trump non rischia alcun impeachment, una procedura che richiede maggioranze qualificate al Senato e che la storia americana mostra essere al limite dell’impossibile. Allo stesso modo, le voci su eventuali modifiche costituzionali che gli consentirebbero di correre per un terzo mandato si scontrano con un impianto costituzionale blindato, incardinato sui singoli Stat che rende davvero l’ipotesi poco più che una chimera.
Trump ha fatto la storia. La battaglia della vita l’ha comunque vinta, e l’ha vinta per ben due volte. Ma la sua stagione politica, fisiologicamente, va verso il termine.
Chi invece si gioca tutto è Giorgia Meloni. E il paradosso è che la premier, piaccia o meno, il momento critico non se l’è per niente cercato, trovandosi a pagare lo scotto della debolezza strutturale dei suoi due principali alleati interni, Matteo Salvini e Antonio Tajani; che azzoppano la coalizione nel suo complesso.
Il secondo assomiglia all’amministratore delegato di un’azienda che non decolla, un timoniere che regge per inerzia perché nel centrodestra esiste un’area moderata orfana di un vero punto di riferimento, delusa dalla linea liberal ma costretta a star lì in assenza di alternative credibili, soprattutto finché Carlo Calenda resterà imbrigliato tra il campo largo ed è una perenne crisi d’identità.
Matteo Salvini e la Lega
Dall’altra parte, Matteo Salvini e la Lega appaiono in una parabola discendente difficilmente arginabile, incapaci persino di rimpiazzare la propria leadership in crisi, un fattore che rischia di determinare la fine vera e propria dell’alleanza di governo. Meloni si ritrova così terribilmente sola e, nonostante le indubbie capacità politiche e di tenuta istituzionale, la classe dirigente che la circonda non riesce lontanamente a stare al suo passo, palesando un divario che penalizza l’intero blocco del centrodestra, per chi impedisce al partito quel salto qualitativo necessario ad assorbire definitivamente le mancanze degli alleati.
La differenza di fondo con il sistema americano e poi un’altra Meloni convive di fatto con lo status di anatra zoppa da cinque anni, frenata da un sistema costituzionale che, in assenza di un presidente della Repubblica affine, tende ad azzoppare chiunque governi. E il vero pericolo, in caso di sconfitta elettorale, è quello di consegnare alla sinistra la scelta del prossimo Capo dello Stato. Un obiettivo storico che la sinistra persegue metodicamente, per non lasciare margini di manovra alternativi, preservando di fatto un’influenza diretta su settori ed apparati essenziali dello Stato.
Il reale quesito e Vannacci
Il vero dilemma, tuttavia, si chiama Vannacci. Se la premier non troverà il modo di stringere un’alleanza strutturale con lui, rischia di trasformarsi in un’anatra morta. Finché a marcare le distanze è stato lui, una parte dell’elettorato ha chiuso un occhio.
Ma come si potrà giustificare di fronte al popolo di centrodestra una mancata intesa che finirebbe per consegnare il Paese a Elly Schlein?
Forse per le posizioni su Zelensky?
Chiedendo il voto utile per continuare la guerra in Ucraina?
Significherebbe che la destra decide di mandarsi a casa da sola pur di continuare a foraggiare un conflitto che fa impennare il prezzo del gas, con l’inverno ormai alle porte e i carburanti già alle stelle. Mi si permetta di dubitare della volontà degli italiani, di subire un ulteriore inverno lacrime e sangue, per l’Ucraina. Come per chiunque altro. In tempi di magra, la gente pensa alla propria pancia, in qualunque luogo ed in qualunque tempo.
Senza contare la prospettiva di subire cinque anni di opposizione interna egemonizzata proprio da Vannacci, libero di cavalcare temi fortissimi senza il peso di aver gestito il potere. Uno scenario capace di ribaltare definitivamente gli equilibri interni alla coalizione. Pensate a un governo guidato da Elly Schlein, che anche solo su clandestini e sicurezza, porterebbe l’Italia sull’orlo di un vero e proprio conflitto interno.
A differenza di Trump, che può permettersi un Congresso ostile e dinamiche congressuali complesse, per Meloni e la destra si tratta di nuda e cruda questione di sopravvivenza. L’alleanza con il generale rappresenta il bere per non arrivare ad affogare.
In fondo, la premier farebbe bene a rispolverare la saggia massima di un vero maestro della politica italiana, Giulio Andreotti. Meglio tirare a campare, che tirare le cuoia. E così sia, per la tenuta della destra e per il futuro dell’Italia.
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