Garlasco, la mano sul muro. Il delitto che torna a chiedere giustizia
La Procura di Pavia ricostruisce una sequenza di violenza che sembra uscita da un film
Era ancora mattina quel giorno. La luce entra tagliente dalle finestre della villetta di Garlasco, disegna contorni netti e illumina ciò che non dovrebbe essere visto. Chiara Poggi è a terra, il corpo in una posizione che racconta più di qualsiasi verbale. Sul muro, poco sopra il pavimento, una mano. Un’impronta che sembra un gesto sospeso, un fotogramma di chi si china per guardare se la vita è già uscita da quella stanza.
La Procura di Pavia riparte da qui. Da quella mano, da quella scarpa, da quel trascinamento. E ricostruisce un omicidio che non è un lampo, ma una sequenza, con una colluttazione iniziale, un corpo contundente che colpisce più volte, la vittima che tenta di difendersi, la caduta verso la cantina e altri colpi, almeno dodici, inflitti con una violenza che gli inquirenti definiscono “crudele”. Motivi abietti, dicono. Un rifiuto respinto con brutalità.
Andrea Sempio, 38 anni, è l’uomo che la Procura indica come autore di quella escalation di ferocia. E questa volta il quadro è più serrato, più cupo, più vicino alla dinamica di un omicidio feroce.
L’impronta 33. La mano che torna a bussare alla porta della verità
L’“impronta 33” è il cuore dell’accusa. Non è solo un segno, ma un gesto. La mano destra dell’assassino, secondo gli investigatori, appoggiata al muro mentre si sporge sul corpo. Nessuna traccia di sangue, ma non perché non ci fosse. Una consulenza sperimentale sostiene che l’intonaco alcalino avrebbe “inibito” la rilevazione. Una prova che non dice cosa c’era, ma dice che non può dirlo.
Accanto a quella mano, un’altra presenza: la scarpa. Una Frau taglia 42, la stessa che lasciò le impronte “a pallini” sul pavimento. Una misura che, secondo i consulenti, combacia con il piede di Sempio. La difesa sostiene che lui calzi una 44. La Procura risponde che il piede cambia, si allarga, aumenta di volume. E la compatibilità resta.
La lotta, il tempo che si dilata, la sopravvivenza che pesa
Una consulenza racconta un dettaglio che cambia la percezione della scena. Chiara si sarebbe difesa. Non solo all’inizio, ma durante una colluttazione prolungata, forse mezz’ora, forse un’ora. Alcune ferite sarebbero precedenti alla morte di almeno 15-30 minuti. Una sopravvivenza che allunga la scena del delitto, la rende più drammatica, più disperata. La perizia psichiatrica su Sempio non esiste. L’indagato ha rifiutato la visita. Il consulente nominato dalla Procura ha dichiarato di non poter formulare alcuna valutazione. Ora la Procura attende le consulenze della difesa. Poi chiederà il processo.
Il dettaglio che riapre tutto
Dentro le carte dell’indagine su Sempio c’è un’altra storia. Una storia che sembrava chiusa, archiviata, cristallizzata in una condanna definitiva. È la storia di Alberto Stasi.
I genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello hanno analizzato i dati grezzi del Ris di Parma, consegnati alla Procura nel 2025. E hanno trovato due contro-analisi del 20 settembre 2007, entrambe negative. Nessuna traccia del Dna di Chiara sui pedali della bici bordeaux. Il giorno prima del fermo di Stasi.
Un risultato che, scrivono i consulenti, avrebbe “scagionato Stasi già 19 anni fa”. Ma quei test non compaiono nel fascicolo della Procura di Vigevano. Eppure, la Cassazione nel 2015 cita proprio quel materiale “altamente cellulato” come uno dei pilastri dell’accusa. Il doppio negativo è stato confermato anche dai consulenti della Procura di Pavia. E ora i magistrati vogliono capire perché quelle analisi non furono considerate.
Una suggestione che ha deviato la storia giudiziaria
Lo scambio di pedali tra la bici bordeaux e quella nera da donna, mai provato né certificato, è stato per anni il punto di frattura del caso. Gli investigatori oggi lo definiscono “una suggestione impercorribile”, un atto “illogico e incongruente”. Eppure, quel dettaglio indirizzò “irrimediabilmente” le indagini del 2007, contribuendo a costruire il castello accusatorio contro Stasi. Per la difesa è “una pagina triste per la giustizia”, ma anche della prova che “la giustizia sa rimediare”. Adesso chiede che vengano accertate tutte le responsabilità, perché “quanto accaduto a Stasi non debba mai più ripetersi”.
Verso una possibile revisione
La Procura di Pavia indaga sulle responsabilità penali legate al nuovo indagato. Ma il dato sui pedali potrebbe diventare decisivo per la revisione del processo Stasi. La procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, è stata informata degli sviluppi. La difesa lavora da mesi a una possibile richiesta di revisione.
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