Il price cap Eni funziona, l’idea Ue di tagliare la domanda energetica no
I nodi della rete, il lusso di contare sulle società pubbliche. A Bruxelles è buio fitto e Lagarde ora ammette: "Tassi troppo alti per la crescita"
Sono state semplicemente due le conseguenze, pratiche e immediate, del price cap ai carburanti entrato ieri in vigore su tutta la rete Eni. La prima, le lunghe file ai distributori del Cane a Sei Zampe. La seconda, la corsa (e la resistenza) del comparto per evitare di ritrovarsi senza più clienti. L’azera Ip aveva già annunciato la volontà di seguire l’esempio di Descalzi, ieri Assopetroli-Assoenergia ha messo sul banco la questione della rete vista nel suo complesso. In pratica, dice l’associazione, la tenuta del sistema è a rischio se gli sgravi non arriveranno a chi acquista, e poi rivende in concessione, i carburanti.
Eni, il price cap e i nodi di Assopetroli
Il price cap, hanno spiegato da Assopetroli, è un’ottima idea ma va estesa “all’ingrosso” perché “se il loro prezzo di acquisto non viene calmierato mentre le reti delle compagnie possono vendere carburante al consumatore a prezzi calmierati, gli indipendenti saranno estromessi dal mercato perché impossibilitati a offrire condizioni analoghe”. Qualcuno, tra i gestori delle pompe bianche che pure hanno venduto carburanti a costi più alti rispetto ai 2,19 euro al litro per il diesel e ai 1,99 euro per la benzina, ha già iniziato ad adeguarsi. E lo ha fatto abbassando i prezzi adeguandoli a quelli imposti al mercato da Eni. Senza troppo clamore, senza lacrime.
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Il lusso del pubblico
È una semplicissima regola economica. Eni è price maker. Date le sue dimensioni e il suo carattere di azienda “integrata”, capace cioè di essere presente in ogni ganglio della filiera, dall’estrazione fino alla vendita su strada, passando ovviamente per la raffinazione, impone i prezzi al mercato. Adesso accade, in pratica, il contrario di ciò che succede con il cartello. Eni, partecipata dal Mef e quindi Ip, la cui proprietà è vicina al governo dell’Azerbaigian possono agire così perché aziende pubbliche, con buona pace dei turboliberisti. Ora sarà estremamente difficile, adesso, andare da Claudio Descalzi a chiedergli di pagare per i (presunti) extraprofitti.
Il tavolo raffinazione
In attesa che le altre compagnie si adeguino al “ritmo” imposto da San Donato Milanese, cresce l’attesa per il tavolo con il comparto della raffinazione previsto per l’8 ottobre prossimo. Un incontro che arriva a distanza di poche settimane dalla chiusura del closing che ha riportato l’ex Isab di Priolo, in Sicilia, in mani italiane, per la precisione quelle della Ludoil di Donato Ammaturo. Con ogni probabilità, il governo chiederà a chi può di aumentare le quote di prodotto “finito” in Italia. Eni, anche in questo caso, dovrà recitare un ruolo importante. Ma nel frattempo, in Europa, le cose iniziano a prendere una brutta piega.
La letterina (nefasta) di Jorgensen
La mattinata, ieri, è cominciata con la letterina del commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen. Secondo cui occorre dare una decisa sforbiciata alla domanda di energia. Solo così si abbasseranno i prezzi. Bene, ma non benissimo. È la classica soluzione che funziona alla grande sui manuali di scuola, meno nella realtà. Tra le altre idee non proprio elettrizzanti, propone una sorta di razionamento orario e di “spegnere” la pubblica illuminazione. In Italia, era il 2022, l’abbiamo già fatto. Col risultato di moltiplicare i morti sulle strade. Nel primo pomeriggio, però, è arrivata una buona notizia. Secondo l’agenzia di rating Fitch, il prodotto interno lordo mondiale crescerà per il 2026 dal 2,4% al 2,6% mentre ha mantenuto stabili quelle per il 2027 al 2,5% e per il 2028 al 2,6%. E, udite udite, le previsioni di “crescita più elevate” sono “per gli Stati Uniti, l’Eurozona, diverse altre grandi economie sviluppate e per i mercati emergenti esclusa la Cina”.
Lagarde ammette: “Ora tassi troppo alti per la crescita”
Ma le cose non vanno mai dritte quando c’è di mezzo Bruxelles. E, difatti, la doccia fredda è arrivata poco più tardi dalla governatrice Bce Christine Lagarde. “Sebbene la crescita sia stata resiliente sin dalla nostra ultima riunione i tassi di interesse a lungo termine sono aumentati in modo significativo, il che rallenterà la crescita in misura superiore rispetto alle proiezioni formulate a settembre”, ops. “Questo significa che restiamo sulla via di mezzo per la politica monetaria che ho delineato all’inizio di quest’anno”. In pratica, hanno sbagliato (eccome!) ad alzare i tassi e a prospettare nuovi rincari del costo del denaro. E forse iniziano ad accorgersene. Meglio tardi che mai.
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