L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

La Russia ha votato sotto attacco. Affluenza in crescita, il partito di Putin domina

Non è tempo per la pace

di Mauro Trieste -


Le elezioni per il rinnovo della Duma si sono svolte in un clima che nessun Paese europeo definirebbe “ordinario”, tra attacchi con droni e sabotaggi informatici. Eppure, nonostante la guerra che lambisce il territorio russo, l’affluenza è aumentata e il partito del presidente Vladimir Putin, Russia Unita, ha registrato un nuovo balzo in avanti, consolidando un dominio politico che appare oggi più solido di quanto molti analisti occidentali avessero previsto.

Affluenza più alta rispetto alle tornate precedenti

Secondo i dati diffusi dalla Commissione elettorale centrale, la forza al potere ha ottenuto poco meno del 58% dei voti nella quota proporzionale e risulta in testa in 208 delle 225 circoscrizioni uninominali. Le proiezioni indicano che il partito del presidente potrebbe arrivare a 355 seggi su 450. Una maggioranza schiacciante. Ma il dato politicamente più rilevante è l’affluenza. Il 52,6% è superiore non solo alla tornata del 2021 (51,7%) ma anche ai livelli registrati nel 1991. Un segnale che Mosca interpreta come prova di stabilità interna e di sostegno alla leadership in un momento di pressione militare e diplomatica.

Droni ucraini sulle urne

La guerra, però, non è rimasta fuori dai seggi. Un attacco ucraino con droni contro un autobus nella parte della regione di Kherson annessa alla Russia ha provocato due morti, tra cui un funzionario elettorale. Il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin ha denunciato che oltre 1600 droni sono stati lanciati contro la Federazione durante il periodo elettorale, 450 diretti verso la capitale. Parallelamente, la Commissione elettorale ha segnalato più di mille attacchi informatici contro le infrastrutture del voto. Un quadro che conferma come Kiev abbia tentato di disturbare il processo elettorale, senza riuscire a comprometterlo.

L’ipocrisia dell’Ue

In questo contesto, le reazioni europee appaiono scollegate dalla realtà sul terreno. L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha parlato di “erosione della democrazia” e di “elezioni illegali”, ribadendo la linea dura di Bruxelles. Il doppio standard è evidente. Mentre l’Ue distribuisce certificati di democraticità, evita accuratamente di guardare a ciò che accade in Ucraina, dove non si vota da anni, i cittadini vengono prelevati con la forza per essere mandati al fronte, le faide interne tra clan politici paralizzano le istituzioni e la corruzione dilaga. Una situazione che nessun organismo europeo definirebbe compatibile con gli standard democratici se non fosse in gioco la narrativa adottata.

La strada accidentata della diplomazia

La condanna delle “elezioni nei territori occupati” e l’annuncio di nuove sanzioni contro chi le organizza si inseriscono in uno schema che non contempla la complessità del conflitto né la necessità di un percorso negoziale. Eppure, sul piano diplomatico qualcosa si muove. Il Cremlino ha ribadito la disponibilità a riprendere i colloqui trilaterali, pur ammettendo che finora “non ci sono stati progressi”. Per Mosca, ogni trattativa deve partire dalla fine degli attacchi ucraini e dal riconoscimento della situazione sul terreno.

Sul fronte occidentale, Donald Trump ha definito la guerra “ridicola” e “senza fine”, chiedendo nuovamente un percorso di de-escalation. Volodymyr Zelensky, dal canto suo, sostiene che “ci sono idee sul tavolo” e che l’Ucraina è pronta a discutere. Ma il quadro resta incerto. La guerra continua a mietere vittime e a ridisegnare gli equilibri.

Le elezioni russe mostrano un Paese che, nonostante tutto, mantiene una struttura politica stabile e un consenso interno significativo. L’Europa, al contrario, appare intrappolata in una rappresentazione che ignora le contraddizioni ucraine e fatica a immaginare un percorso realistico verso la pace.


Torna alle notizie in home