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Economia

“Ghe pensi mi”, Trump e l’incubo del petrolio a 150 dollari

L'allarme dal Qatar, il brent vola a 92 dollari e il gas schizza a 53 euro. Malissimo le Borse e il governo schiera la Gdf contro la speculazione

di Giovanni Vasso -


“Ghe pensi mi”, l’ultima trumpata alla Cnn suona grave come un’ammissione di colpa: “Petrolio? Tutto sotto controllo, salirà solo un pochino nel breve termine”. Ecco, Donald Trump porterà il prezzo del barile proprio lì dove avrebbe voluto portarlo. Per poi spacciarlo al mondo, in un secondo momento, a costi più calmierati. Anzi, “ai prezzi più bassi di sempre”. Da tycoon a cumenda, il passo è stato fin troppo breve: “Abbiamo una soluzione per lo Stretto di Hormuz”. Magari quella ricicciata dal Segretario all’Energia Christ Wright delle scorte americane alle navi. “Appena sarà possibile”, ha detto. Come se questo bastasse a convincere le assicurazioni a stampare polizze e gli armatori a concedere noli.

“Ghe pensi mi”

Ghe pensi mi, deve aver pensato Trump. “Abbiamo distrutto la loro Marina e perciò non possono fare quello che vorrebbero”. Se è per questo, non lo possono fare manco gli amici di Doha. Che, ieri mattina, hanno mandato il mondo nel panico. QatarEnergy, come fin troppo noto, ha già iniziato a limitare le consegne invocando la forza maggiore. Il ministro qatariota all’Energia, Saad al-Kaabi, ha detto al Financial Times che se il conflitto non finirà in tempi brevi, il prezzo del petrolio arriverà fino ad almeno 150 dollari al barile. A Trump, e a Big Oil, tenere i costi così alti non servirebbe a granché se non nell’immediato. Perché i russi già si sfregano le mani dato che Peskov, proprio ieri, ha affermato che è “aumentata la richiesta di gas e petrolio”, alla faccia della Ue, di Kiev e dello stesso Trump.

Dove guadagna Big Oil

E perché lo sceicco del Qatar ha ragione quando agita lo spettro della recessione per tutto il mondo. Compresi gli americani. Ergo, ci si accontenterebbe anche di meno. Giusto quel tanto che consentirebbe di sollevare i poveri margini di guadagno incassati finora a causa delle bassissime quotazioni e degli alti break-even dovuti alla tecnica dello shale oil. Non saranno (già) centocinquanta dollari ma ieri la quotazione del greggio è finita in orbita. Il brent vola oltre i 92 dollari al barile, decolla persino il Wti che raggiunge i 90 bigliettoni. Di sicuro non è andata meglio ad Amsterdam. Il gas, dopo un inizio incoraggiante (e in discesa), è tornato a volare sfiorando i 53 euro al megawattora.

E quanto perdiamo noi

Le Borse, che avevano iniziato un’altra giornata all’insegna della ricerca del denaro perduto in una settimana di follia, hanno chiuso tutte in ribasso. Milano ha perso l’1,02 per cento, a Francoforte il Dax lo 0,60%, a Parigi il Cac40% lo 0,65%, a Londra il Ftse100 l’1,22%. Pessimo clima pure a Wall Street dato che i dati sull’occupazione Usa si son rivelati il peggior flop dal 2020 a oggi: ci si attendevano 50mila occupati in più, è andata a finire che si son contati 92mila posti di lavoro in meno. Gli Stati Uniti, come (quasi) sempre succede quando vanno a impelagarsi in qualche guerra, hanno dei problemi interni seri a cui badare. E serissimi saranno i problemi (anche) degli altri.

Il governo schiera la Gdf contro la speculazione

Ieri il ministro all’Industria Adolfo Urso, al termine della riunione con Mister Prezzi, ha incontrato il capo del Mef Giancarlo Giorgetti per coordinare azioni di sorveglianza anti-speculazione con il coinvolgimento anche dei militari della Guardia di finanza. Specialmente per quanto attiene ai carburanti. Su cui, peraltro, s’è scatenato uno scontro feroce coi benzinai Faib e Fegica che hanno accusato apertamente le compagnie petrolifere di speculare chiedendo al governo di imporsi e chiedere rispetto. Come se fosse semplice quando il primo a far aumentare i prezzi del petrolio è proprio l’amico, e cumenda, Trump. Ghe pensi mi.


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