Il Sud rischia grosso: perché la crisi di Hormuz può deprimere, ancora di più, i consumi delle famiglie e dei consumatori meridionali. Innescando, così, la solita parabola che finirebbe per aggredire l’intera economia locale. Ma le conseguenze dei grandi troubles internazionali che stanno impensierendo tutti, da Washington a Bruxelles, passando per Tokyo e Pechino, non sarebbero altro che, appunto, conseguenze. Di problemi che, naturalmente, hanno cause più profonde. Ciò che succede a Hormuz peserà pure a Napoli e Palermo. E lo farà, adesso più che mai, perché il Pnrr sostanzialmente è agli sgoccioli e servono, assolutamente, fondi, investimenti e progetti che siano in grado di sostenere la crescita che il Mezzogiorno ha pur portato a segno in questi anni. E, forse, una speranza potrebbe arrivare dalla transizione ecologica ed energetica.
Quanto peserà la crisi di Hormuz sul Sud
Una cosa alla volta, però. L’analisi di Svimez sugli effetti di Hormuz e della sua crisi lascia poco spazio all’immaginazione. Gli effetti si sentono già e potrebbero continuare a pesare sulle prospettive economiche e produttive di tutto il Paese anche per tutto il 2027. Il quadro è, ancora una volta, quello di un Paese diviso. Al Centro e al Nord l’effetto più evidente, e preoccupante, sarebbe quello connesso agli aumenti dei prezzi dell’energia. Che impatterebbero, chiaramente, sull’industria e la produzione. Al Sud, invece, a pagare il costo delle mattane di Trump e degli ayatollah nel Golfo Persico sarebbero innanzitutto le famiglie. L’abbiamo già visto ai tempi della crisi energetica insorta dopo il conflitto tra Russia e Ucraina. Si comincia con i carburanti e con le bollette, si finisce a fronteggiare un carovita in netta ascesa.
L’inflazione galopperà, il Nord perderà punti di Pil
Di fronte a cui le famiglie, che già tirano la cinghia da tempo, non possono che reagire con l’ennesima stretta alle spese. Gli analisti Svimez, infatti, riferiscono che l’inflazione si farà sentire con maggior vigore al Mezzogiorno, dove crescerà di un mezzo punto percentuale in più rispetto al resto del Paese. Fatto che, da solo, potrebbe comportare una riduzione dei consumi pari allo 0,7% in caso di guerra breve. Previsione che si raddoppia al -1,4% se il conflitto dovesse durare di più. Dal punto di vista della produzione, banalmente della crescita del Pil, a pagare sarebbe maggiormente il Centro Nord. Che potrebbe perdere, in caso di conflitto breve fino a tre decimi. Se la guerra, invece, fosse ancora lunga, la mancata crescita del Nord si allargherebbe a un ancora più rotondo -0,6%. Per il Sud, invece, le perdite si “limiterebbero” al -0,2% in caso di conflitto breve, che potrebbe raddoppiare a -0,4% in caso di guerra più lunga. L’analisi che ne consegue, purtroppo, è semplice.
Il nodo Pnrr: che fare (adesso)?
Perde chi ha qualcosa da perdere. Il Sud, rispetto al Nord, ha molto meno da “dimagrire”. Il Pnrr ha sostenuto una crescita che al Mezzogiorno, in termini percentuali, è stata maggiore rispetto al Nord. Ma pensare che sia bastato applicare il Piano per colmare un gap infrastrutturale, strategico, economico decennale, anzi quasi secolare, sarebbe davvero da ingenui ottimisti. Partita, dunque, chiusa? No, forse. Già, perché se si trovasse la forza e la visione per portare a termine i target del Pniec, il piano nazionale per la transizione energetica e per il clima, si potrebbe concretizzare un’occasione di rilancio importante per il Mezzogiorno. Secondo uno studio di A2A, insieme proprio a Svimez, il “peso” del Pniec in soli termini occupazionali per il Sud sarebbe importante: in ballo ci sarebbero infatti fino a 73mila nuovi posti di lavoro. E, per di più, si tratterebbe di impieghi altamente qualificati, in grado mettere a sistema, e a regime, le competenze. Hormuz chiude il petrolio, il Sud potrebbe rilanciarsi proprio lavorando alle rinnovabili.
L’opportunità del Pniec
Insomma, di fornire una quadra tra Università locali e lavoro sui territori. Il nodo dell’occupazione qualificata è centrale: il tasso di occupazione giovanile ha raggiunto il 52,1% nel 2024, riferiscono gli analisti. Ma nonostante questo risultato, l’emigrazione dei giovani in queste regioni non si è arrestata e oltre 105 mila hanno lasciano l’area ogni anno tra il 2022 e il 2024. Si tratta di un capoluogo di medie dimensioni che si perde. Tempo da perdere, quindi, non ce n’è più. “Per raggiungere i target del PNIEC è necessario incrementare la capacità rinnovabile nel Sud di 27 GW entro il 2030, pari al 50% del totale a livello nazionale”, si legge nello studio. Che asserisce inoltre: “Le regioni meridionali sono infatti in lieve ritardo in questo percorso, ma l’88% delle richieste di connessione in fase avanzata proviene da queste aree (71 GW). Il fabbisogno di investimenti necessario a realizzare gli impianti ammonta a oltre 62 miliardi a livello nazionale, attivando filiere industriali strategiche e contribuendo a restituire competitività ai territori, anche grazie alla riduzione del costo dell’energia legata allo sviluppo delle rinnovabili”. È necessario agire, adesso. Per sostenere il Sud e pure per agevolare la transizione energetica. La crisi di Hormuz fa paura al Sud ma, forse, una chance per resistere c’è.