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Attualità

Gli erronei presupposti del socialismo

di Michele Gelardi -


Il modello concettuale del socialismo, che esalta la logica redistributiva e la pianificazione politica del divenire economico e sociale, poggia su presupposti teorici erronei. L’errore di fondo si riassume nell’idea che l’autorità politica centralistica abbia una funzione costitutiva dell’ordine sociale.

Senza l’intervento del Leviatano la condizione umana sarebbe caratterizzata dalla guerra di tutti contro tutti, innescata dalla necessità di conquistare le risorse economiche.

La ricchezza è vista erroneamente come un insieme di risorse chiuso e immodificabile: se taluno si appropria di una risorsa, immancabilmente la sottrae a un altro, al suo incremento di ricchezza corrisponde il decremento subìto dall’altro. In verità, la ricchezza dell’uomo non consiste tanto nel fatto di disporre di risorse naturali, quanto nella capacità di trasformarle e utilizzarle.

Non è a somma zero, perché la ricchezza dell’uno non è condizione della povertà dell’altro e la ricchezza di tutti può essere aumentata, senza il necessario impoverimento di alcuno. Da qui l’esigenza della collaborazione. L’uomo si avvede che la divisione del lavoro, lo scambio e la tecnologia sono le chiavi di volta della sua ricchezza, molto più che il possesso delle risorse.

Il secondo errore risiede nella supposta necessità della politica redistributiva, a rimedio dell’”ingiustizia” del mercato.  Al fondo si staglia nitida la sagoma di Marx, padre di tutti i socialismi con la sua dottrina del c.d. “sfruttamento dell’uomo sull’uomo”.

Il capitalista si approprierebbe del plusvalore prodotto dal proletario; in ciò risiederebbe lo sfruttamento, che giustifica la lotta di classe, vista come motore del progresso. Il castello marxista crolla però miseramente, di fronte all’osservazione che il valore di mercato è dato dal consumatore, come dimostrato dal marginalismo della Scuola austriaca, cosicché l’imprenditore che assume su di sé il rischio della vendita non si appropria di alcun surplus di valore.

La giustificazione ideologica della lotta di classe e i miti conseguenziali del “Sole dell’avvenire” et similia naufragano inesorabilmente, per il solo fatto che la teoria del valore-lavoro è superata da quella del valore marginale.

Inoltre le supposte virtù della pianificazione economica socialista si rivelano sempre velleitarie, per almeno due ragioni. La prima è dovuta all’impossibilità di centralizzare il patrimonio conoscitivo che appartiene all’intera società.

È impossibile la reductio ad unum dell’intelligenza umana dispersa. Ogni uomo possiede un frammento del sapere universale e un patrimonio esclusivo, cognitivo e relazionale, che ne fa il migliore curatore dei suoi interessi.

Il pianificatore, dovendo centralizzare le decisioni, vuole centralizzare le conoscenze dei mille fattori che incidono sulla cura di quegli interessi; ma non può riuscirvi. La seconda ragione è dovuta al fatto che l’intervento pianificatore dell’autorità politica, nell’alterare la libera dinamica di mercato, falsifica i prezzi dei beni.

Quando il prezzo è determinato, in condizioni di libera concorrenza, dall’incontro della domanda e dell’offerta, assolve una funzione importantissima di indice di redditività, che guida gli operatori negli investimenti e nell’allocazione delle risorse. Quando l’autorità politica interviene nel mercato per indirizzare e pianificare lo sviluppo economico, inevitabilmente presta le sue amorevoli cure “protettive” all’uno a discapito dell’altro.

La pianificazione, per sua natura selettiva, impedendo la libera formazione dei prezzi, falsifica il calcolo di redditività.

Se dunque i presupposti teorici del socialismo sono profondamente errati, è il caso di stupirsi di fronte all’ennesimo fallimento delle politiche pianificatrici dell’Unione sovietica Europea?


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