A Taranto la partita vera comincia quando finiscono i Giochi
Da sinistra: Elena Cecchini, Martina Fidanza, Rachele Barbieri e Barbara Guarischi. Podio tutto azzurro nella prova femminile di ciclismo dei Giochi del Mediterraneo disputatasi sul circuito della Valle d'Itria (78 km): sul lungomare di Taranto Rachele Barbieri si è aggiudicata l'oro precedendo le compagne di squadra Martina Fidanza (argento) e Barbara Guarischi (bronzo). Taranto 24 agosto 2026. ANSA/FOTORENATOINGENITO
Grandi eventi che raccontano qualcosa di più interessante di semplici competizioni sportive: raccontano un Paese che ha capito quanto essi possano diventare anche strumenti di politica industriale, turismo, diplomazia e sviluppo. Taranto, in questi giorni, è il nuovo punto della mappa su cui si accendono i riflettori. I Giochi del Mediterraneo sono cominciati il 21 agosto e andranno avanti fino al 3 settembre: quasi 4.000 atleti di 26 Paesi impegnati in 33 discipline e 286 gare. L’Italia si presenta con 498 atleti, tra i quali nomi che non hanno bisogno di presentazioni: Filippo Tortu e Irma Testa – portabandiera azzurri alla cerimonia inaugurale – Gianmarco Tamberi, Benedetta Pilato, oltre ad altri campioni olimpici e medagliati.
L’atletica, seguita dal nuoto, è tra le discipline più rappresentate e c’è anche un debutto assoluto: il padel. In queste due settimane nella provincia ionica e nelle altre aree della Puglia, con discipline distribuite in diversi impianti e territori, l’evento prova a trasformare una manifestazione internazionale in un appuntamento capace di coinvolgere un territorio. E non è un dettaglio: la vera scommessa è fare in modo che questa attenzione non si esaurisca insieme all’ultima gara e all’ultima medaglia.
La vera sfida è il day after
E qui comincia la sfida per la politica, perché un grande evento ha due vite e il taglio del nastro non è un traguardo. È l’inizio: la prima è quella delle inaugurazioni, delle tribune piene, delle immagini televisive e dei campioni. La seconda è quella, molto meno televisiva, del “day after”. Vale a dire impianti da mantenere, strutture da riempire, società sportive da sostenere, ragazzi da portare in palestra. Un impianto inaugurato davanti alle telecamere è una buona notizia, ma un impianto ancora pieno di persone che ne usufruiscono cinque anni dopo è politica pubblica riuscita. Se una struttura diventa un centro permanente per la comunità, allora il grande evento è davvero un investimento riuscito. Perché la legacy non si inaugura con una cerimonia: si misura negli anni, quando l’attenzione è già altrove.
Possibilmente facendo quadrare anche i conti… Milano-Cortina 2026 ci ha lasciato in tal senso una lezione che sarebbe sbagliato dimenticare: con 1,4 milioni di biglietti venduti e circa mezzo milione di persone nei Village, i Giochi invernali sono stati un successo di pubblico, un risultato che racconta un’Italia capace di riempire gli impianti e di portare il mondo sulle proprie montagne. Ma il conto economico è un’altra storia. Il modello con cui erano partiti non ha prodotto – almeno finora – quell’equilibrio tra costi e ricavi che era alla base della candidatura, lo Stato è dovuto intervenire e resta tra i soggetti esposti nella partita della chiusura definitiva dei conti, prevista nel 2027.
È la dimostrazione che il successo di un grande evento non può essere raccontato con un solo parametro: gli applausi contano, ma alla fine arrivano anche i bilanci. E una politica sportiva lungimirante deve avere il coraggio di guardare a entrambi.
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