Hormuz non è la causa ma il detonatore: l’analisi Confcommercio
La crisi energetica fa esplodere i limiti strutturali italiani: fisco, lavoro povero e inverno demografico
Hormuz non è la causa ma il detonatore: l’analisi di Confcommercio. Viviamo settimane, anzi tempi, interessanti. Fin troppo. Va da sé, dunque, che le previsioni, specialmente quelle economiche, siano improntate al pessimismo. Con lo Stretto di Hormuz chiuso e gli scontri in Medio Oriente, le prospettive non sono granché entusiasmanti. Se tutto va bene, nel caso in cui la guerra dovesse proseguire, le stime di crescita per Confcommercio sono pari a uno striminzito +0,3% per quest’anno e a un pochissimo più largo +0,4% per il 2027.
Hormuz, i numeri della crisi per Confcommercio
Cifre che si traducono, in media, in una diminuzione di reddito a famiglia stimabile in poco meno di mille euro, 963 per la precisione e solo quest’anno. In più, stando alle previsioni, l’inflazione – con il petrolio stabilmente sopra i cento dollari al barile – potrebbe salire fino al 6 per cento già a dicembre di quest’anno. Lo scenario che si profila davanti è drammatico: “Un nuovo decennio di stagnazione”, fanno sapere dall’Ufficio Studi della confederazione. Ma non può essere, questo, il tempo di fasciarsi la testa né di piangersi addosso. Semmai, è giunta l’ora che l’Italia, e il suo sistema economico e produttivo, facciano finalmente i conti – una volta e per tutte – con i tanti, troppi, limiti strutturali che ne frenano la crescita. Da (molto) tempo prima che diventassimo tutti esperti di geografia, colli di bottiglia e commercio energetico internazionale.
Lo sguardo d’insieme che fa cambiare prospettiva
Le cose si guardano (sempre) meglio se s’ha il coraggio di abbracciare il lungo periodo. Se ci si allontana, per un attimo, dalle contingenze che offrono spiegazioni immediate e capri espiatori fin troppo facilmente individuabili. La realtà italiana, secondo Confcommercio, è quella di un Paese che, da dopo il boom economico, è in costante decrescita. “La crescita è progressivamente crollata”, dicono gli analisti. Che snocciolano numeri, cifre, dati. Si è passati, in buona sostanza, “Dal +7% del periodo 1966-1980 all’1,8% tra il 1981 e il 2007, fino allo zero dell’ultimo ventennio”. È evidente, dunque, che non è né può essere solo e soltanto colpa di Hormuz e di quello che sta succedendo a livello internazionale.
Trent’anni e passa di declino
Hormuz arriva alla fine, Confcommercio parte da un dato. In trent’anni, ossia dal 1995 al 2025, il terziario ha creato quasi quattro milioni di nuovi posti di lavoro. E lo ha fatto a fronte di un calo dell’industria, che nel frattempo ha accelerato sulle delocalizzazioni, e nella pubblica amministrazione, coi blocchi dei turnover e le campagne “anti-spreco” che hanno finito per penalizzare (soprattutto) comuni ed enti locali. Detto questo, gli analisti svelano il primo limite strutturale italiano. Quella che a Confcommercio hanno battezzato come “fiscocrazia”. L’eccesso di burocrazia, balzelli, tasse, regolamenti che affoga le forze produttive del Paese penalizzando “l’innovazione e limita la propensione al rischio imprenditoriale”. Non è tanto per dire, però: “la pressione fiscale è salita dal 25,3% al 42,2%”, nel lungo periodo, “comprimendo investimenti e sviluppo”. Da ciò ne deriva l’ulteriore analisi che individua tre fattori strutturali: “meno capitale per occupato, contrazione dell’offerta di lavoro e riduzione delle competenze”. Tutto si tiene.
Fisco, lavoro povero e inverno demografico
E, anzi, si aggrava quando si considera il secondo grave problema del comparto: i cosiddetti contratti pirata o, se preferite, il dumping fiscale lavorativo. Ci sono ben 154mila lavoratori che avrebbero meno tutele, fatto che, da solo, comporterebbe “con perdite fino a 8mila euro annui, assenza di welfare e effetti negativi sulla concorrenza e sulla produttività”. Non è proprio una genialata togliere soldi in busta paga: l’economia gira ma senza denaro si ferma, per tutti. Pure, o forse soprattutto, per i furbetti degli stipendi.
Chi paga il conto?
Ma ciò impatta pure sui conti pubblici: dai contratti pirati, asseriscono da Confcommercio, lo Stato “perde” fino a 560 milioni di euro l’anno. Che, poi, deve recuperare altrove alzando (a tutti, specialmente e soprattutto a chi le paga) le tasse. Ce ne sarebbe da avviare un (vero) dibattito politico ed economico. Ma sul lavoro, e sull’economia, la grande spada di Damocle si chiama inverno demografico. Già adesso ci sono nove milioni di under 30 in meno rispetto ai rutilanti anni ’80. Una soluzione, dicono, sarebbe quella di coinvolgere ancora di più le donne. Così da “richiamare” al lavoro fino a 290mila nuove unità. Ma il problema non si risolve del tutto. Insomma, l’Italia adesso fa i conti con (tutti) i suoi grandi limiti economici e strutturali. Hormuz non è la causa, ma il detonatore di una situazione che diventa insostenibile e non solo per Confcommercio.
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