Editoriale

I due fronti della Meloni

di Adolfo Spezzaferro -


Ci sono due novità importanti, due fatti dirimenti all’indomani del voto per l’elezione del Parlamento europeo. Il primo dato, preso così com’è, è che il primo partito a Strasburgo, il Ppe, potrebbe davvero riproporre una “maggioranza Ursula 2.0”, facendo l’accordo con i Socialisti. Il secondo elemento riguarda invece il ruolo dell’Italia nel riequilibrio dell’Ue. I numeri, alla base di entrambi i ragionamenti, dicono da una parte che la von der Leyen o chi per lei potrebbero replicare un accordo che non rispecchierebbe affatto la volontà espressa dagli elettori europei, che hanno chiaramente indicato che l’Ue debba essere governata dal centrodestra; dall’altra, che l’Italia adesso ha più voce in capitolo di qualunque altro Paese membro nella composizione del Consiglio e soprattutto della Commissione Ue. Quindi il punto è capire se la premier italiana Giorgia Meloni, unico leader di centrodestra ad uscire rafforzato dal voto europeo pur essendo al governo e non all’opposizione, vorrà spingere per una maggioranza composta da Ppe e destra – incarnando così la volontà degli elettori – oppure se punterà a far pesare il suo ruolo nell’indicazione del presidente del Consiglio e della Commissione Ue. A questo punto, non ha senso “accontentarsi” di un commissario di peso. A maggior ragione che l’Europa non ne vuole più sentire di follie green e misure che vanno contro i cittadini impoveriti dalla crisi economica, acuita da guerre e sanzioni. Semmai la von der Leyen dovesse puntare sull’endorsement dell’Italia, la Meloni giammai dovrà permettere che Ursula torni alla guida della Commissione (si dovrebbe accontentare del Consiglio, infatti). Insomma, se la maggioranza sarà Ppe-Socialisti, nonostante la sinistra abbia perso queste elezioni, la Meloni farà di tutto per avere comunque la meglio nelle trattative per i vertici Ue.


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