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Attualità

Il Fatto Quotidiano si scopre vittima del metodo che predica

di Eleonora Manzo -


‘È la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente’. Una citazione che è sempre un evergreen, da qualsiasi lato la si voglia leggere. Un riassunto estremo dell’essenza, della forza, dell’arroganza nobile del giornalismo d’inchiesta. Il potere di cercare, scavare, disturbare, pubblicare. Il diritto di dare fastidio.

La stampa, appunto, come contropotere irriducibile, non addomesticabile, non intimidibile. Questo almeno a parole perché oggi a infrangere questa regola base è proprio colui che si professa il suo difensore più strenuo.

Travaglio invoca quella grandezza romantica della stampa libera, ma poi è l’unico che confonde l’inchiesta con l’insinuazione, il sospetto con la prova, la suggestione con la verità. Fa un certo effetto vedere Il Fatto Quotidiano ergersi a vittima esemplare, proprio lui, difensore estremo della libertà di stampa, sotto assedio, mentre denuncia l’attacco di chi osa reagire alle sue ricostruzioni.

La solita doppia morale, stavolta praticata proprio da chi della libertà di stampa fa abitualmente uno scudo polemico contro certa politica.

La storia è sempre la stessa, da un lato il martire e dall’altro la vittima che in questo caso si trasforma da un lato nel giornale che combatte per la verità, e dall’altro il potere che lo vuole zittire. Peccato che in questo caso lo scenario è surreale perché il potere viene evocato sottolineando l’intento di una causa milionaria ai danni di un quotidiano come se fosse una prova morale.

Quasi che il patrimonio di una parte basti a certificare la ragione dell’altra. La libertà di stampa va difesa a oltranza, dice Marco Travaglio. Verissimo. Sacrosanto. Lo pensiamo tutti e la pratichiamo in tanti. Lui a singhiozzo a quanto pare. Quando gli conviene.

E per questo converrebbe ricordare che il giornalismo, almeno quello che la vecchia guardia ha imparato a considerare degno di questo nome, non si misura dal volume dell’accusa ma dalla solidità delle prove; non dall’efficacia del titolo ma dalla certezza delle fonti; non dall’abilità nel montare un caso ma dall’onestà intellettuale nel raccontarlo e che la libertà di stampa non coincide con l’impunità della stampa.

Quando invece il metodo diventa un altro – alludere, suggerire, forzare, costruire un impianto accusatorio e poi insistere sulla sua veridicità anche quando i fatti si ostinano a smentirlo – allora il problema non è la libertà di stampa minacciata. Il problema è la qualità della stampa esercitata.

E il caso Minetti ne è una prova eclatante: un intreccio di illazioni e supposizioni trasformato in ostentata verità, nonostante due bocciature della Procura generale di Milano abbiano mostrato che quella verità, semplicemente, non reggeva. Eppure, nonostante tutto si è costruito un caso politico attorno a Nordio, un caso giudiziario attorno alla Minetti e un imbarazzo istituzionale che ha sfiorato perfino il Quirinale. Un’eco sentita per settimane senza che si trovasse un effettivo riscontro con la realtà. Un paradosso senza precedenti.

Chi ha preteso per anni di sostituire il verdetto con il sospetto, oggi pretende che ogni reazione venga letta come censura. Sia chiaro, uno può fare tutte le inchieste che vuole. Deve farle, anzi. Ma se quelle inchieste non vengono comprovate dai fatti, se vengono smentite, se vengono bocciate, allora non può anche pretendere di avere ragione per definizione soolo perché lui si è costruito l’aurea della verità assoluta . La libertà di stampa tutela il diritto di pubblicare. Non consacra la verità di ciò che si pubblica. E non trasforma automaticamente un giornale in un innocente, solo perché si dichiara assediato. Nel principio è quindi giusto difendere la stampa, ma è ancor più giusto difendere il buon giornalismo da chi lo ingiuria trasformandolo a tifo, insinuazione e autoassoluzione preventiva.

Perché ‘è la stampa, bellezza’ resta una frase magnifica solo finché dietro c’è la forza dei fatti (non quotidiani). Quando restano soltanto le tesi, i riflessi corporativi e la pretesa di non poter essere contraddetti, non è più la stampa. È la sua parodia.


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