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Esteri

Il filo sottile della diplomazia dall’Iran alla Cisgiordania

Pakistan e Qatar al lavoro per l'accordo con gli Usa

di Ernesto Ferrante -


Potrebbe essere la volta buona per l’accordo tra Stati Uniti e Iran. La diplomazia regionale si sta muovendo con una intensità che raramente si era vista. Al centro di questo sforzo si colloca il Pakistan, che da settimane svolge un ruolo di mediatore attivo, più incisivo di un semplice facilitatore, ma non un vero e proprio negoziatore. La partenza del capo di Stato Maggiore Asim Munir per Teheran, confermata da fonti di sicurezza e rilanciata da Axios, rappresenta l’ultimo tassello di una strategia che vede Islamabad impegnata a ridurre il divario tra le due parti.

L’arrivo di Munir e i temi sul tavolo

Munir, considerato molto gradito al presidente statunitense Donald Trump, conduce una missione che ha il chiaro obiettivo politico di finalizzare un accordo provvisorio che eviti una nuova escalation militare. La sua agenda, secondo la tv pachistana, è dominata dal negoziato tra la Repubblica islamica e gli Usa, dalla stabilità regionale e da “altre questioni importanti”. Una formula che rivela la complessità di un confronto in cui ogni parola pesa.

La mediazione del Pakistan e i Paesi dell’area

Stando ad Al Jazeera, l’azione di Islamabad si inserisce in un contesto in cui Trump ha già rinviato un attacco militare programmato, accogliendo le richieste di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Un gesto che segnala un cambio di tono. Il tycoon alterna avvertimenti duri, come la minaccia di una “operazione su larga scala”, a dichiarazioni più concilianti, nelle quali auspica un’intesa che eviti ulteriori vittime. Fonti vicine alla Casa Bianca parlano di una strategia che, pur mantenendo le forze americane in stato di massima allerta, privilegia ora la via diplomatica.

In questo quadro, i pachistani propongono formule concrete, pressioni calibrate e un lavoro costante per avvicinare le posizioni. La bozza finale dell’intesa, riportata da al-Arabiya, prevede elementi chiave come il cessate il fuoco totale e immediato su tutti i fronti; la fine delle operazioni militari e della guerra mediatica; garanzie per la libertà di navigazione nel Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz e nel Golfo di Oman; l’impegno reciproco a non colpire infrastrutture civili, militari o economiche; il rispetto della sovranità e della non interferenza; un meccanismo congiunto di monitoraggio dell’intesa; l’avvio entro sette giorni dei negoziati sulle questioni irrisolte e la revoca graduale delle sanzioni americane, in cambio del rispetto degli impegni da parte iraniana.

Il nodo più difficile resta la gestione dell’uranio altamente arricchito, definito dalle fonti pakistane come “il punto critico” del negoziato. Nonostante ciò, Islamabad continua a ritenere che non esista alternativa a un accordo provvisorio, e guarda con grande attenzione al ruolo della Cina. Ed è proprio Pechino a confermarsi arbitro silenzioso ma decisivo.

Sharif in Cina

La visita ufficiale del premier pakistano Shehbaz Sharif, su invito del premier cinese Li Qiang, arriva dopo i recenti viaggi a Pechino del ministro degli Esteri iraniano Araghchi, del presidente Trump e del leader russo Vladimir Putin. Una sequenza che evidenzia come la il gigante asiatico sia diventato il crocevia obbligato di molte delle principali crisi globali.

Duro richiamo a Israele

Mentre la diplomazia asiatica si muove, Regno Unito, Italia, Francia e Germania lanciano un segnale politico importante, diffondendo una nota congiunta che critica apertamente lo Stato ebraico per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, definita una violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla “soluzione dei due Stati”. I quattro Paesi denunciano la violenza dei coloni, chiedono indagini sulle accuse rivolte alle forze israeliane, il rispetto della custodia hashemita dei luoghi santi e la revoca delle restrizioni finanziarie contro l’Autorità palestinese. Si tratta di una presa di posizione “inedita” per compattezza e durezza, che segnala un crescente disagio verso una situazione percepita come insostenibile e destabilizzante.

In uno scenario attraversato da crisi simultanee, diversi attori si muovono su più livelli. Il Pakistan come mediatore operativo, la Cina come potenza arbitrale, parte dell’Europa come “voce critica” che tenta di riaffermare il primato del diritto internazionale. Un equilibrio fragile, ma necessario.


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