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Torino

Quando il clima smette di essere un dato e diventa un racconto collettivo

di Redazione -


Alle Gallerie d’Italia il dialogo di Telmo Pievani attraversa fotografia, memoria e crisi ecologica

C’è un momento, durante il talk di Telmo Pievani alle Gallerie d’Italia, in cui il cambiamento climatico smette di apparire come una sequenza di dati, grafici e previsioni lontane. Diventa invece un’immagine precisa: il funerale di un ghiacciaio islandese celebrato con canti, letture e danze. Una cerimonia reale, avvenuta nel 2019, al termine della quale venne collocata una targa destinata al futuro: “Questo monumento testimonia che sappiamo cosa sta accadendo e cosa bisogna fare. Solo voi saprete se lo avremo fatto”. È da qui che prende forma “Il saccheggio climatico: storia di una trappola evolutiva”, incontro ospitato nell’ambito degli eventi di INSIDE alle Gallerie d’Italia di Torino, dove scienza, filosofia e fotografia si intrecciano in un racconto che evita tanto il catastrofismo quanto la neutralità accademica. Perché, come sottolinea Pievani, “il linguaggio da solo non basta più”. Servono le immagini. Servono corpi, paesaggi, volti. Serve la forza emotiva della fotografia, come quella di Nick Brandt in mostra proprio alle Galleria d’Italia in grado di descrivere senza filtri la realtà del cambiamento climatico in modo vivo e brutale.

Ad aprire l’incontro è stato Antonio Carloni, vicedirettore delle Gallerie d’Italia, che ha introdotto la mostra The Day May Break. La luce alla fine del giorno di Nick Brandt, visitabile a Torino fino al 6 settembre 2026. Carloni parla di “una sceneggiatura quasi biblica”, di immagini che sembrano provenire da un patrimonio simbolico collettivo già sedimentato nella memoria culturale occidentale. Ed è proprio quella memoria condivisa a diventare il terreno su cui costruire una nuova coscienza ecologica.Pievani attraversa allora il concetto di Antropocene, l’epoca in cui una sola specie, quella umana, è diventata una forza geologica capace di alterare gli equilibri del pianeta. Il cuore del problema, spiega, non è soltanto ambientale: è evolutivo, culturale, economico. Una “trappola” costruita in poche generazioni e accelerata brutalmente nel secondo dopoguerra. I numeri evocati durante il talk hanno la freddezza delle statistiche ma il peso di una sentenza. Nel 2020, per la prima volta nella storia, il peso degli artefatti prodotti dall’essere umano, edifici, strade, cemento, metalli, dighe, ha raggiunto quello dell’intera biomassa terrestre. Centodieci miliardi di tonnellate. “Il peso delle cose”, lo definisce Pievani, collegandolo alla crescita simultanea delle emissioni di gas serra, del consumo idrico e dell’aumento demografico. Curve differenti, ma con lo stesso andamento: una lenta crescita tra Settecento e Ottocento, poi l’esplosione incontrollata del dopoguerra. Nel frattempo, l’Artico registra quattro gradi in più rispetto alle medie storiche, l’Italia circa due. Nel Mediterraneo si raggiungono temperature marine di 31 o 32 gradi, superiori persino a quelle delle Fiji. Le conseguenze non riguardano soltanto la scomparsa di specie autoctone o lo sbiancamento delle barriere coralline: quel calore diventa energia atmosferica, vapore acqueo, violenza climatica. “Il sistema è iperconnesso”, osserva il filosofo. “Ogni cosa apparentemente bella porta con sé una conseguenza”. È qui che entra in gioco la parola “saccheggio”, mutuata dai rapporti di Oxfam. Perché il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo. I territori che meno hanno contribuito alle emissioni globali sono spesso quelli destinati a pagare il prezzo più alto. Le Fiji, citate durante l’incontro, rischiano l’abbandono mentre i grandi Paesi industrializzati, responsabili di oltre l’80% delle emissioni storiche, sopporteranno soltanto una minima parte delle conseguenze economiche e sociali.

Ma il talk non resta confinato alla denuncia. Pievani insiste su un concetto: la crisi climatica non è un’apocalisse improvvisa, bensì una “policrisi”, un intreccio di fenomeni interdipendenti che richiede lungimiranza, capacità progettuale e visione politica. “Progettare”, afferma, “significa decidere oggi ciò che vogliamo ottenere nel 2050”. E il 2050 non è così lontano come sembra. Per capirlo basti pensare alla chiusura del buco dell’ozono che aveva spaventato tutto il mondo negli anni 80 e che ha trovato una soluzione nel 2025: una transizione ambientale riuscita, capace di smentire l’idea che ogni regolamentazione ecologica comporti inevitabilmente desertificazione economica.

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Nella parte finale dell’incontro emerge anche un cambio di paradigma culturale. Se per secoli l’Occidente ha guardato alle popolazioni indigene con paternalismo coloniale, oggi alcune di quelle visioni del mondo stanno entrando nei sistemi giuridici contemporanei. In Ecuador la Pachamama è riconosciuta come soggetto di diritto. In Nuova Zelanda lo stesso status è stato attribuito a entità naturali come montagne e fiumi. In Europa, ricorda Pievani, il Mar Menor di Cartagena ha ottenuto personalità giuridica grazie a una mobilitazione popolare di oltre seicentomila firme. Anche l’Italia, nel febbraio 2022, ha modificato l’articolo 9 della Costituzione inserendo la tutela della biodiversità e delle future generazioni come prerogativa.

Ed è forse questo il punto più potente dell’intervento: il tentativo di spostare il rapporto tra essere umano e natura fuori dalla logica del possesso. Non più uno sfondo passivo da sfruttare, ma un soggetto da riconoscere.Alla fine del talk rimane la sensazione che la crisi climatica non sia soltanto una questione scientifica, ma narrativa. Una battaglia contro l’amnesia collettiva. Le fotografie di Nick Brandt, allora, diventano più di un’esposizione artistica: sono dispositivi di memoria. Un modo per costringerci a guardare ciò che sappiamo già, ma che troppo spesso scegliamo di dimenticare.

 Valeria Rombolà ilTorinese.it

copy fotografia: gallerie d’italia


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