Il flop Mangiaplastica e la tax che non c’è
Prima il governo Conte II, poi quello Draghi e infine l’esecutivo Meloni: otto rinvii in 5 anni per la misura che l'industria contrasta
Mangiaplastica, il programma presentato alla fine del 2021 come una svolta concreta nella lotta alla plastica e nel rafforzamento del riciclo del Pet, un flop oggi sotto accusa e la Plastic Tax non c’è. Ritardi, fondi accantonati, gestione amministrativa fragile e risultati ancora marginali.
La bocciatura, dalla Corte dei conti, che ha messo nero su bianco un quadro fatto di procedure lente, risorse non riallocate e impatto reale ancora limitato rispetto agli obiettivi annunciati. La misura simbolo dell’economia circolare italiana rischia di diventare l’ennesimo caso di buona intuizione rimasta impigliata nella burocrazia e non solo.
Una misura nata da una felice intuizione
La misura, con un decreto dell’allora ministero della Transizione Ecologica del 2 settembre 2021. Un’idea semplice e potente: finanziare i Comuni per l’acquisto di eco-compattatori, macchine in grado di riconoscere e compattare le bottiglie in Pet, migliorando la qualità della raccolta differenziata e alimentando la filiera del riciclo “bottle to bottle”.
Contributi a fondo perduto fino a 30mila euro per macchinario, una dotazione complessiva nel tempo salita a 41 milioni di euro fino al 2024. Sulla carta, un intervento capillare: una macchina ogni 100 mila abitanti, diffusione sul territorio, educazione ambientale, recupero di plastica di qualità.
Dopo anni, una realtà diversa
La realtà, meno lineare. A fronte di oltre 1.600 istanze ammesse, solo il primo sportello chiuso con risultati consolidati. Il resto, a rilento tra rendicontazioni in ritardo, verifiche lunghe e difficoltà operative dei Comuni. Un dato bruciante: circa 2,8 milioni di euro liberati da revoche e rinunce non riallocati, nonostante la presenza di progetti ammissibili rimasti fuori per esaurimento fondi.
Risorse disponibili, dunque, ma ferme. Un corto circuito, un problema di governance e di gestione finanziaria, oltre che procedurale.
Sul territorio, il programma si scontra con la fragilità organizzativa di molti Comuni. La piattaforma digitale utilizzata per la presentazione delle domande e per la rendicontazione — unico canale possibile — in diversi casi un ostacolo più che un supporto. Difficoltà nel caricamento dei documenti, lentezza delle procedure, errori nella generazione dei codici e iter bloccati per dettagli formali.
In alcuni casi, acconti ricevuti e restituiti per riaprire la pratica, ripartendo da zero. Una procedura pensata come standardizzata e trasformata in un percorso a ostacoli, soprattutto dove mancano strutture tecniche e competenze digitali robuste.
Esperienze isolate sui territori
Eppure, gli eco-compattatori non sono solo un’idea sulla carta. A Sala Consilina, nel Salernitano, la macchina è stata installata accanto a una scuola per moltiplicarne le finalità educative. A Battipaglia, pure operativa. A Palermo, eco-compattatori collegati a piattaforme premiali che riconoscono ai cittadini punti da spendere nei negozi.
Però, esperienze isolate rispetto a un disegno che avrebbe dovuto essere nazionale e strutturato. In molte aree, macchinari poco utilizzati o non pienamente integrati nel sistema di raccolta. Segno che l’infrastruttura tecnologica da sola non genera un comportamento virtuoso.
Cosa serve, in un mercato cambiato
Servono – dice la Corte- accompagnamento, campagne informative e sistemi di incentivazione per i cittadini, altrimenti il contributo degli eco-compattatori alla raccolta del Pet resta marginale. Installare macchine non basta. Senza utilizzo diffuso e costante, un effetto sul riciclo complessivo limitato con costi di gestione che superano i benefici.
A rendere il quadro ancora più complesso, una variabile che va oltre la burocrazia. Il mercato oggi non premia la plastica riciclata. Il Pet rigenerato, quello che gli eco-compattatori dovrebbero alimentare, soffre la concorrenza della plastica vergine, i cui costi di produzione negli ultimi anni sono rimasti bassi a livello internazionale anche per effetto della forte offerta asiatica.
La tax che non c’è
Per molte aziende, acquistare plastica nuova costa meno — o garantisce standard tecnici più omogenei — rispetto a quella riciclata. Senza un meccanismo fiscale che riequilibri questo divario, la scelta industriale tende verso il materiale vergine. Qui entra in gioco la Plastic Tax, concepita proprio per disincentivare l’uso di plastica non riciclata e favorire la domanda di materiale rigenerato. in questo quadro, il Mangiaplastica opra un flop.
Ma la tassa è stata rinviata più volte, l’industria non la vuole. Dal governo Conte II, poi dal governo Draghi e infine dall’esecutivo Meloni, fino a restare di fatto sospesa. Otto rinvii in 5 anni. Senza questo correttivo, la filiera del riciclo resta strutturalmente svantaggiata. Si raccolgono bottiglie, si investe in macchinari, ma il materiale ottenuto fatica a trovare uno sbocco remunerativo.
Un destino incerto
Un cortocircuito economico che indebolisce anche Mangiaplastica, perché senza domanda di plastica riciclata (e senza la tax) non c’è economia circolare che regga, solo raccolta che non diventa valore industriale. un flop.
Il destino del programma appeso a capacità amministrativa, solidità digitale, informazione ai cittadini, ma anche politica industriale e scelte fiscali. Mangiaplastica, l’Italia che vuole ridurre l’inquinamento da plastica e chiudere il ciclo dei materiali. Oggi, cartina di tornasole delle difficoltà strutturali nel trasformare un’idea giusta in un sistema che funzioni. Diventerà un tassello stabile della transizione ecologica o finirà nell’elenco delle tante buone intenzioni rimaste incagliate nel nostro Paese.
Torna alle notizie in home