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Sicurezza

IL PICCHIO – Il questore del giorno dopo e il fisico dell’estintore

di Giuseppe Tiani -


La violenza che ha investito Milano ha fatto emergere due nuove specializzazioni. Il questore del giorno dopo e il fisico dell’estintore.

Il primo conta i poliziotti, il secondo spiega perché dovrebbero rassegnarsi a prenderle. La testa, naturalmente, è sempre quella degli altri. Sala conosce Milano, nessuno lo dubita. Ma conoscere la città non significa saper dirigere l’ordine pubblico, come conoscere gli ospedali non abilita a operare.

Il sindaco osserva le immagini e giudica insufficienti gli agenti. Per valutare le scelte servono informazioni raccolte dall’attività di prevenzione, analisi dei rischi e quadro complessivo dei servizi. Sala ha condannato le violenze senza ambiguità, e gli va dato atto. Resta la disinvoltura del giudizio tecnico.

Prefetto e questore decidono prima, con le informazioni disponibili. Il commentatore decide dopo, con il telecomando. Una carriera meno rischiosa. Bene ha fatto Piantedosi a difendere la professionalità dei poliziotti. Quanto a certa politica, scelga almeno il copione. Se la piazza trabocca di divise, si grida alla militarizzazione e alla polizia fascista. Se i servizi vengono calibrati sulle informazioni disponibili, si contano gli agenti mancanti.

La polizia ideale dovrebbe essere invisibile prima, onnipresente durante e colpevole dopo. Chiedere verifiche è legittimo. Scambiare un’impressione per una perizia è un altro mestiere. Cambiano le sigle, ma alcuni ambienti si ritrovano sempre. Le cronache ricostruiscono convergenze fra antagonismo e componenti radicali delle mobilitazioni, partecipare allo stesso corteo non significa condividere ogni condotta. Ma per chi cerca sistematicamente lo scontro il collante sopravvive alle singole cause, il poliziotto trasformato in nemico. Cambiano gli striscioni, resta il bersaglio. Chi contesta un’opera o protesta per i salari dovrebbe impedire che la propria causa diventi il guardaroba dei violenti. Nessuna bandiera ripulisce un’aggressione. Una vetrina sfondata non abbassa il prezzo del pane, aggiunge un conto a chi lavora. Conte ha parlato di «qualche episodio anche di violenza che va fermamente condannato».

La condanna c’è. Quel “qualche”, davanti a saccheggi e poliziotti feriti, sembra un diminutivo applicato alla devastazione.

Quando era presidente del Consiglio, il suo vice Di Maio annunciava di aver abolito la povertà. Ora almeno eviti di rimpicciolire la violenza. L’avvocato del popolo si ricordi che anche dietro gli scudi c’è una parte del popolo, e il carovita arriva pure in questura. Poi interviene la scienza.

Un dottorando in Fisica dell’Università di Bologna, secondo le cronache, scrive che, se i poliziotti non vogliono prendersi un estintore sulla nuca, possono cambiare lavoro. Segue l’insulto alla professione e funzione. Finalmente risolta la sicurezza dei lavoratori.

Infermieri picchiati? Cambino corsia. Operai schiacciati? Cambino fabbrica. L’aggressore ringrazia e la vittima presenti le dimissioni. Il rettore ha giustamente condannato quelle parole. Ma la loro gravità va oltre l’insulto, esprimono una cultura della disumanizzazione, l’operatore scompare, rimane una divisa da colpire. La scelta del mestiere diventa una rinuncia all’incolumità. Studiare la materia non garantisce di riconoscere una persona. In questo emerge la differenza. La polizia deve proteggere anche chi la contesta, distinguere le responsabilità e rispondere della forza che usa. Lo squadrista sceglie un nemico e pretende il diritto di colpirlo. È una logica fascista, anche quando si traveste da antifascismo. Il fascismo dei comportamenti non viene assolto dal colore dello striscione.

E chi giustifica un estintore sulla nuca ha già scelto da quale parte stare rispetto al valore della dignità umana. Alla politica nel suo insieme, spetta affrontare il disagio prima di scaricarlo sugli scudi. Chi manifesta pacificamente va protetto. Chi devasta, saccheggia e aggredisce va fermato e, quando ne ricorrono i presupposti, arrestato. Senza indulgenze ideologiche. Angelo De Simone dirigente di polizia, ferito alla testa, è tornato in servizio. Non ha cambiato mestiere. Continuerà a proteggere anche chi lo disprezza. Il dottorando studi questa differenza. È una lezione di civiltà, non di fisica.

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