Le bombe nei quartieri e il diritto a vivere senza paura
Una bomba che esplode tra le case entra nella vita di tutti, anche quando non provoca feriti. Nella notte del 6 ottobre, in via Filottrano, a San Basilio, un ordigno è esploso nel cortile di un palazzo. Altre esplosioni avevano colpito una sala slot all’Alessandrino e un’enoteca a Don Bosco. Spetta agli investigatori accertare responsabilità, moventi ed eventuali collegamenti. Ma vivere senza paura richiede una maggiore presenza dello Stato.
Al Quarticciolo, la sera del 3 ottobre, don Antonio Coluccia è stato accerchiato, insultato e minacciato durante una passeggiata per la legalità. Le forze di polizia sono intervenute e hanno denunciato tre persone. Sono fatti distinti, senza una regia comune accertata. Ma pongono la stessa domanda. È libera una persona che teme di attraversare la strada in cui abita?
Queste violenze non riguardano soltanto chi vive di traffici illeciti. Dietro quelle finestre ci sono famiglie, dietro le serrande commercianti. Quando la paura modifica le abitudini, una parte della libertà è già stata sottratta. La sicurezza pubblica ha una sua dimensione di classe, chi dispone di risorse può trasferirsi e garantirsi con la sicurezza privata. Chi non può farlo resta fragile e preda dei nuovi fenomeni criminogeni.
Liquidare la richiesta di sicurezza come propaganda della paura e come semplice percezione significa ignorare il prezzo pagato dalle classi popolari e dai ceti medi impoveriti. Nei Quaderni del carcere Gramsci descriveva il distacco dei gruppi sociali dai partiti e dai dirigenti nei quali non riconoscevano più la propria rappresentanza. È una lezione attuale per chi non comprende i bisogni delle comunità e considera la domanda di protezione un fastidio da liquidare o, peggio, un segnale di neo-autoritarismo. È qui che il lavoro e la funzione della polizia si rivelano irrinunciabili. La prevenzione serve a intervenire prima che l’intimidazione diventi dominio e la minaccia si trasformi in aggressione. Attendere sempre il danno significa lasciare ai cittadini il costo umano dell’intervento tardivo.
Occorre maggiore fiducia nella polizia e più agibilità operativa nella prevenzione, attraverso norme chiare, strumenti efficaci e poteri adeguati, esercitabili tempestivamente. Servono conoscenza del territorio e capacità di contrastare le reti criminali che reclutano giovani e impongono il silenzio. Una protezione effettiva richiede interventi motivati, proporzionati e sottoposti ai controlli dell’ordinamento.
La fiducia non esclude l’accertamento delle responsabilità. Esclude che ogni controllo sia considerato in partenza un sopruso e ogni poliziotto debba difendersi da un sospetto preventivo. In uno Stato di diritto non può consolidarsi l’aspettativa dell’impunità. Chi minaccia, aggredisce o organizza traffici criminali deve incontrare risposte ferme e certe, nel rispetto delle garanzie di tutti. La legalità non può essere ballerina, severa contro gli avversari e indulgente verso le proprie appartenenze. La politica non può invocare la polizia quando rassicura il proprio elettorato e delegittimarla quando interviene contro condotte che preferisce giustificare.
Dietro ogni intervento ci sono donne e uomini che affrontano rischi concreti per proteggere persone che non conoscono. Devono decidere in pochi istanti, tutelando la propria incolumità, quella dei cittadini e i diritti delle persone coinvolte. Nel valutarne l’operato occorre considerare l’intera dinamica e le condizioni reali dell’intervento. Chi agisce correttamente merita sostegno, non processi sommari o manipolazioni dei fatti per fini di lotta politica.
Alle pattuglie, agli investigatori, agli artificieri e alla Scientifica servono organici adeguati, formazione, dotazioni e condizioni di lavoro sicure. Tutelare chi protegge la collettività è un dovere dello Stato. Proprio per questo il governo e la direzione dell’ordine e della sicurezza pubblica devono restare saldamente ancorati alle autorità civili di pubblica sicurezza, nell’architettura della legge 121 del 1981.
Al ministro dell’Interno compete la responsabilità nazionale, al prefetto quella generale provinciale, al questore la direzione e il coordinamento tecnico-operativo dei servizi. Va rafforzato il ruolo della Polizia di Stato, a ordinamento civile speciale, con il concorso delle altre forze secondo le rispettive attribuzioni. La natura civile custodisce responsabilità, mediazione e tutela delle libertà. Capacità operativa e garanzie crescono insieme se ciascuno rispetta i propri compiti. Proteggere don Coluccia significa anche liberare i residenti dalla necessità di essere eroi.
Le periferie non coincidono con la criminalità che le ferisce. Scuole, servizi, cura delle dipendenze e lavoro devono accompagnare il contrasto al crimine. Ogni istituzione deve fare la propria parte, senza scaricare sui poliziotti le conseguenze delle proprie assenze. Una democrazia credibile dà fiducia alla propria polizia e le consente di agire, perché la libertà deve valere anche dove è più difficile difenderla. Nessuno dovrebbe dover cambiare quartiere per sentirsi cittadino a pieno titolo.
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