Nel cuore di un Medio Oriente che sembra respirare a fatica, Iran e Stati Uniti continuano a parlarsi. Lo fanno attraverso mediatori, con dei messaggi indiretti che partono e arrivano nonostante la nuova ondata di raid. A Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha confermato che il canale resta aperto: “Siamo stati informati dai mediatori. Abbiamo ricevuto dei messaggi, l’apparato diplomatico è stato attivo negli ultimi giorni”. Parole misurate, che però arrivano in un contesto in cui ogni spiraglio negoziale è immediatamente sovrastato da dichiarazioni incendiarie.
Baghaei punta il dito contro gli Stati Uniti
Baghaei ha attribuito agli Usa la responsabilità dell’escalation, ribadendo che la Repubblica islamica non nutre ostilità verso i Paesi della regione, ma pretende che non consentano attacchi dal loro territorio. “Finché questi crimini continueranno, le nostre forze armate reagiranno”, ha avvertito. Mentre il ministero degli Esteri prova a mantenere un registro diplomatico, le Guardie Rivoluzionarie scelgono la via della minaccia esplicita. Il comandante Ahmad Vahidi ha promesso una “lezione che annienterà qualsiasi aggressore”, evocando il dominio globale degli “oppressi” e giurando fedeltà alla Guida Mojtaba Khamenei. È l’alternarsi ormai consueto, con un passo verso il dialogo e due verso la retorica bellica.
Lo Stretto di Hormuz è una questione chiave
Lo Stretto di Hormuz è il punto di frizione più delicato. Il portavoce Baghaei ha ripetuto che l’Iran non permetterà che la via d’acqua venga “utilizzata impropriamente” per minacciare la sicurezza nazionale. Una dichiarazione che arriva mentre Egitto e Arabia Saudita chiedono con forza che la libertà di navigazione sia preservata “in conformità con il diritto internazionale”, respingendo qualsiasi tentativo di limitare il passaggio. Il Golfo, ancora una volta, si ritrova al centro di una disputa in cui si intrecciano sovranità, energia e sicurezza globale.
Il numero dei caduti statunitensi
Le rivelazioni del New York Times sulle perdite statunitensi hanno assestato un nuovo colpo alla narrazione di Donald Trump: decine di soldati feriti, elicotteri danneggiati, attacchi ripetuti contro basi americane in Giordania. Informazioni che il Pentagono non ha divulgato ufficialmente, alimentando la percezione di una pressione militare più intensa di quanto ammesso. A questo si aggiungono le vittime. Tyler James Feehan e Isabella Gonzales sono caduti in Giordania, un altro militare è morto in Iraq durante la detonazione di un ordigno iraniano. Una sequenza che mostra quanto la spirale di attacchi e contro-attacchi stia logorando la presenza americana nella regione.
Le bombe Usa hanno colpito diversi luoghi nella città di Bushehr, dove sorge la centrale nucleare iraniana. Teheran ha chiesto all’Aiea di condannare apertamente l’azione, accusando Washington di “crimini” contro un impianto in costruzione.
L’azione diplomatica di Islamabad
In questo clima, il Pakistan continua a muoversi ostinatamente come mediatore. Il ministro degli Interni iraniano Eskandar Momeni è volato a Islamabad per incontrare il collega Mohsin Naqvi. Secondo una fonte iraniana citata da Reuters, i mediatori avrebbero proposto una tregua di dieci giorni per tentare di rilanciare l’accordo provvisorio tra Iran e Stati Uniti. Un’ipotesi fragile.
Il nodo Libano
Sul versante occidentale della crisi, il Libano continua a essere un punto di vulnerabilità estrema. Oggi inizierà il ritiro delle Idf dalle zone pilota nel sud del Paese dei Cedri, secondo quanto riferito da Axios. Un movimento che non basta a dissipare la tensione. Le operazioni israeliane lungo il confine, i raid mirati contro obiettivi legati a Hezbollah e la pressione costante esercitata su Beirut contribuiscono a destabilizzare un Paese già allo stremo.
La strategia israeliana, fanno notare diversi analisti, non si limita a contenere i miliziani sciiti, e finisce per alimentare un clima di instabilità che riverbera sull’intera regione. Le incursioni, le rivendicazioni di “difesa preventiva” e gli avanzamenti nel sud diventano un tassello di una più ampia dinamica che rischia di trasformare il fronte libanese nel detonatore di una crisi regionale.
In questo fitto intreccio di chiusure e aperture, il Medio Oriente appare come un sistema nervoso esposto, dove ogni impulso può generare una scossa. La diplomazia continua a muoversi, ma lo fa in apnea, costretta a emergere tra onde sempre più alte.