L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Cultura & Spettacolo

La mia brutta abitudine

di Priscilla Rucco -


Al Teatro Ivelise un Mishima contemporaneo: la maschera del conformismo e il corpo che non mente

C’è un momento, nella vita, in cui ci si guarda allo specchio e ci si chiede: quanto di ciò che mostro al mondo è davvero mio? Quanto, invece, è solo la risposta a ciò che gli altri si aspettano? È questa la domanda che attraversa La mia brutta abitudine, lo spettacolo che Antonio Mocciola ha scritto e Danny Di Diomede ha diretto, ispirandosi a Confessioni di una maschera di Yukio Mishima. In scena al Teatro Ivelise di Roma questo fine settimana, il lavoro affronta senza filtri il tema dell’omosessualità repressa e della gabbia che la società costruisce attorno al desiderio.

Il peso di ciò che non viene detto

Nel romanzo di Mishima la “brutta abitudine” non viene mai chiamata per nome. Resta sospesa, indicibile, carica di vergogna. Eppure si sente ovunque: nei gesti trattenuti, nelle parole non dette, nel corpo che vorrebbe parlare ma viene silenziato. Lo spettacolo sceglie di abitare proprio questo vuoto, di dargli forma scenica. E lo fa con una sensibilità rara, senza giudicare né spiegare troppo, lasciando che sia lo spettatore a respirare quella stessa tensione.

In scena ci sono Salvo Lupo e Francesca Minotto, una coppia che si muove su un filo sottilissimo. Lui è un uomo che non riesce ad accettare il proprio desiderio e cerca di domarlo attraverso la disciplina, il sacrificio, persino l’ideologia. Lei è Sonoko, una donna che ama con una delicatezza quasi rituale, che prova a entrare nel mondo del marito pur sapendo che non c’è posto per lei in quell’immaginario. La loro è una danza dolorosa, fatta di vicinanze impossibili e distanze incolmabili.

Un corpo che resiste

La regia di Danny Di Diomede costruisce uno spazio scenico essenziale ma intenso, dove il fisico diventa il vero protagonista. È il corpo che tradisce, che desidera, che si ribella. Ed è sempre il lui che viene punito, disciplinato e mortificato. C’è una violenza silenziosa in questa tensione tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere, una violenza che non ha bisogno di grida per farsi ascoltare.

Le musiche di Andrea Causapruna accompagnano questa lotta interiore con suggestioni che mescolano tradizione giapponese e atmosfere contemporanee. I rumori della Seconda guerra mondiale si intrecciano alle note, evocando un Giappone ferito, rigido, dove la morte e il sacrificio assumono un valore quasi estetico. In quel contesto storico, la repressione personale si specchia in quella collettiva: il corpo individuale diventa metafora di un’intera società che soffoca i propri impulsi vitali in nome dell’ordine e della “normalità”.

L’amore come resilienza

Ma La mia brutta abitudine non racconta solo la storia di un uomo in lotta con se stesso. Racconta anche quella di Sonoko, di una donna che resiste nell’amore, che si adatta, che cerca di capire. La sua presenza in scena è gentile ma mai debole: c’è una forza silenziosa nel modo in cui continua ad amare pur sapendo di non poter essere amata fino in fondo. È una resistenza che non cerca la ribellione ma la sopravvivenza, che accetta il dolore come parte inevitabile del voler bene.

Questa asimmetria nella relazione è forse uno degli aspetti più umani dello spettacolo. Perché nelle maschere che indossiamo non ci siamo solo noi: ci sono anche le persone che ci stanno accanto, che pagano il prezzo delle nostre paure, dei nostri silenzi, ma soprattutto delle nostre impossibilità.

Il teatro che non risparmia

Lo spettacolo non cerca conforto facile né conciliazione. Contiene nudi e contenuti espliciti, ed è vietato ai minori. Ma questa scelta non è provocatoria fine a se stessa: è la necessità di mostrare il corpo nella sua verità, senza pudori né censure, perché è proprio lì, in quella nudità, che si gioca la partita più importante. Il corpo che desidera, che si rifiuta di obbedire, che alla fine dice la verità che la parola non può dire.

Cosa rimane, alla fine, allo spettatore? Forse una domanda: quanto sarebbe più umano, e meno violento, un mondo in cui fosse possibile essere semplicemente ciò che si è? Senza maschere, senza disciplina forzata, senza quella “brutta abitudine” di negare a noi stessi il diritto di esistere pienamente.

La mia brutta abitudine va in scena sabato 24 gennaio alle 21:00 e domenica 25 gennaio alle 19:00 al Teatro Ivelise, in via Capo d’Africa 8/12 a Roma. Un appuntamento per chi cerca un teatro che non teme di guardare dentro le ferite.


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