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L’ANALISI – Altro che Truzzu contro Todde, si sono sfidate Schlein e Meloni. Come la Sardegna cambia gli equilibri…

di Edoardo Sirignano -


Altro che Truzzu contro Todde, la vera sfida in Sardegna è stata tra Schlein e Meloni. Entrambe, però, sono uscite con le ossa rotte. Per quanto riguarda la segretaria del Partito Democratico, il voto disgiunto sull’isola vale più di mille parole. La candidata alla presidenza ottiene più consensi delle liste che la supportavano. Ciò è la testimonianza di come la strategia di tenere lontano il Nazareno dai comizi abbia avuto i suoi frutti.

Vero che scegliendo il candidato giusto si può spuntarla sui conservatori, ma allo stesso tempo chi fa la parte del leone, chi è il protagonista indiscusso in un’alleanza rossa, è senza ombra di dubbio il Movimento 5 Stelle. I gialli dimostrano di essere più compagni di quelli che dovrebbero cantare Bella Ciao dalla nascita. Pure se il Movimento avrà meno eletti in Sardegna, Conte nei fatti è il vincitore della sfida interna. Ha imposto la sua pupilla Todde, così come ha dimostrato di essere l’unico in grado di indossare il cappello del malcontento. Se si mettono insieme i voti dei gialli con quelli delle civiche per la candidata alla presidenza, vediamo come nei fatti il tanto discusso sorpasso è già avvenuto. Elly, oltre a pensare al duello con Giorgia, con l’avvicinarsi del caldo, dovrà innanzitutto guardarsi da quel Peppino di Volturara Appula, che sfruttando l’onda alta, come la chiama Dargen D’Amico a Sanremo e le posizioni troppo atlantiste di un Pd poco pacifista, torna a sognare Chigi.

Tale scenario, intanto, indebolisce la coalizione. Con un ticket Soru-Todde, in Sardegna, si sarebbe potuto stappare lo champagne prima dell’alba. Si è, invece, preferito, isolare i riformisti, costringendoli a correre in solitaria. Le parole di Gori, pezzo da novanta di Renew e portavoce di Macron in Italia, valgono più di mille parole. “Il Pd – dice l’ispiratore del Terzo Polo – alleato solo se abbandonerà il Movimento”. La domanda legittima, pertanto, è la seguente: basterà la creatura rossa, distante anni luce dall’Ulivo, in grado di fondere Ds e Margherita, per battere gli avversari? Si potrà superare la destra senza i vari Renzi, Calenda e Bonino, pur divisi?

Per quanto riguarda Meloni, invece, non c’è da fare salti di gioia, ma neanche bisogna buttare il bambino con l’acqua sporca. Pur trattandosi per la prima volta dal 2022 che il centrodestra non è padrone della partita, la politica della Garbatella impone l’uomo che voleva. Lascia intendere che è regina della coalizione non più solo a Roma, ma sull’intero territorio nazionale. Considerando la presenza sull’isola, non è un folle chi sostiene che la premier abbia mostrato i muscoli, ovvero che tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile. È realtà che senza Truzzu e con un altro candidato, come sostiene Gasparri, si sarebbe ottenuto un risultato diverso, ma Fdi avrebbe dimostrato debolezza. Giorgia, invece, vuole arrivare alle europee come statista e dunque meglio cadere ora dalla bicicletta che non all’appuntamento più importante. Lì sarebbe deleterio. In questo modo ha avvertito il Salvini di turno che è indispensabile rivedere gli equilibri nella coalizione e che se Forza Italia vuole sopravvivere deve ripensarsi corrente e non più auriga del carro, come ai tempi del Cavaliere. Ora c’è Tajani.

Detto ciò, il caso Sardegna impone, comunque, una riflessione in una maggioranza non più imbattibile, ma piuttosto fragile se divisa. I botta e risposta a suon di dichiarazioni, le imposizioni dall’alto non sono piaciute alla base, che al contrario chiedeva coinvolgimento e non un sindaco, che come dimostrano le urne, è malvisto nella sua città. Gli strateghi di Palazzo Chigi dovevano conoscere i mal di pancia cagliaritani legati a infinite opere pubbliche. Il testa a testa col centrosinistra per chi ha governato in quella Regione non doveva neanche esserci, pur tenendo conto di un riposizionamento delle forze, che ha fatto bene la Meloni a imporre.

Possiamo dire, dunque, che le due amazzoni, indiscusse protagoniste delle europee, scoprono le debolezze. Il tutto a vantaggio di un duello che si preannuncia entusiasmante. Se Elly sarà sotto il 20%, e i sondaggi fino a ora parlano chiaro, avrà fatto peggio di Letta e sarà sostituita all’istante da Gentiloni (quest’ultimo pensa più al Quirinale che a vincere con i grillini). Se Giorgia, invece, perderà terreno col suo partito, continuerà a governare, ma dovrà, senza se e senza ma, sottostare sia ai ricatti degli alleati, sia a quell’Europa che vuole un fronte conservatore più debole per sottometterlo al potentato della solita Ursula.


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