Le morti che non chiamiamo col loro nome
Il caldo uccide gli anziani fragili e sul certificato finisce sempre un'altra causa. Dove ci si è attrezzati, i danni sono diminuiti. Ma i più esposti non sono nelle corsie: sono nelle stanze di casa.
di PAOLO SOSSAI Prof. specialista in Gastroenterologia e in Oncologia Medica, già Direttore di Struttura Complessa di Medicina Interna e di Dipartimento Medico. Dirige il Dipartimento di Medicina della Scuola Internazionale Maxiemergenze ed è Presidente della Commissione Centrale Medica del Club Alpino Italiano.
Sul certificato di morte di una donna di novant’anni, qualche giorno fa, c’era scritto «scompenso cardiaco». Non c’era scritto che per giorni la sua stanza era rimasta a trentaquattro gradi, che il ventilatore spostava soltanto aria calda, che il suo cuore già affaticato aveva dovuto lavorare il doppio per raffreddare un corpo che non ce la faceva più. Il caldo, su quel foglio, non compare. Non compare quasi mai.
Il caldo è la mano che spinge. Manda in difficoltà un cuore che prima reggeva, porta all’insufficienza un rene che lavorava a stento, disidrata in poche ore un anziano che assume molti farmaci. Sul certificato finisce la malattia che era già lì — il cuore, i reni, i polmoni — perché è quella la causa immediata. La temperatura resta fuori.
Da qui una distanza che confonde chiunque legga i numeri. I sistemi che contano le cause dichiarate registrano pochissimi decessi da caldo; gli studi che confrontano i morti osservati con quelli attesi in assenza di temperature anomale, per l’Italia, arrivano a migliaia di vittime ogni estate. Non è che uno dei due menta: contano cose diverse. Ma è il primo a finire nei titoli, ed è il primo a orientare le decisioni.
Quelle stanze le conosco: ci entro. Un anziano fragile non suda più abbastanza per difendersi, non ha più lo stimolo della sete, ha in corpo terapie che gli impediscono di regolare la temperatura. Poche ore bastano a trasformare una malattia cronica stabile in un’emergenza. E c’è un fattore quasi sempre trascurato: l’umidità, che impedisce al sudore di evaporare. Per questo un condizionatore protegge più di un ventilatore: asciuga l’aria, non soltanto la raffredda.
Una cosa però va detta, e si dice troppo poco: a parità di temperatura oggi si muore meno di vent’anni fa. Piani di allerta, campagne, luoghi di cura attrezzati hanno ridotto il rischio. Non significa che le vittime siano meno in assoluto — le temperature salgono, le notti tropicali si moltiplicano, gli anziani sono sempre più numerosi — ma che dove abbiamo protetto la protezione ha funzionato. È la ragione migliore per estenderla, non per fermarsi.
Perché non ci si è attrezzati ovunque. Nessuna norma nazionale impone in modo uniforme il raffrescamento nelle strutture che assistono persone anziane, non autosufficienti: ci sono ancora realtà dove d’estate si tira avanti con i ventilatori.
Altrove è stato fatto. In Ontario la climatizzazione nelle stanze delle case di riposo è obbligatoria per legge dal 2021: la copertura è passata dal 45 al 99 per cento delle strutture. Negli anni precedenti all’obbligo, nei giorni di caldo estremo, la mortalità nelle strutture senza condizionamento è risultata più alta dell’otto per cento. Non è un’opinione: è un numero.
Gli anziani fragili
E soprattutto: l’anziano fragile, nella grande maggioranza dei casi, non è in una struttura. È a casa sua, magari con familiari che passano la sera per un rapido saluto o gestito da badanti. Lì non c’è un piano di emergenza, non c’è un medico che passa quotidianamente o una costante presenza di un servizio sanitario domiciliare. C’è un ventilatore comprato al supermercato. È il vuoto più grande, e non ne parla nessuno.
Qualcosa, va detto, si muove: alcuni Comuni danno in comodato condizionatori portatili a chi non li ha, e qualche Regione ha aperto contributi per l’acquisto. Ma sono misure locali, a bando, con soglie di reddito e domanda da presentare — pensate per un anziano autosufficiente che sa muoversi tra gli uffici. Chi assiste un anziano allettato frequentemente non conosce neanche l’esistenza di questi bandi.
Il caldo può uccidere
Perché manca il passaggio decisivo: il climatizzatore non è tra gli ausili sanitari. Il letto articolato, la carrozzina, il concentratore di ossigeno vengono prescritti dal medico e forniti dall’azienda sanitaria a chi ne ha bisogno. Il climatizzatore no, e in quella stanza è un presidio esattamente come gli altri. Va inserito in quell’elenco, con la stessa procedura: il medico di medicina generale, che conosce i suoi assistiti uno per uno, a inizio stagione segnala i pazienti fragili per i quali il raffrescamento va garantito.
E non basta l’apparecchio. Chi vive con una pensione minima non lo accende, perché ha paura della bolletta: serve un contributo sui consumi estivi, altrimenti avremo consegnato a quelle persone un oggetto destinato a restare spento. Entrambe le voci costano molto meno di un ricovero.
Finché il caldo non comparirà sui certificati, continueremo a credere che il problema sia più piccolo di quanto è. E si finanzia, si programma, si costruiscono servizi in base a quello che i numeri dicono. Quella donna è morta in una stanza a trentaquattro gradi e nei registri risulta morta di cuore. La prima forma di cura, per chi non ha più voce per chiederla, è essere visti. Anche solo contati.
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