Nujood aveva undici anni. Noi non possiamo avere memoria corta
Nojoud Ali, in tribunale. © ANSA
C’è una scena, nella storia vera di Nujood Ali, che dovrebbe essere insegnata nelle scuole prima ancora di molti classici della letteratura: una bambina di undici anni che, da sola, si presenta davanti a un tribunale yemenita e chiede il divorzio dall’uomo a cui era stata data in sposa. Nessun avvocato, nessun genitore al suo fianco, solo il coraggio di dire che quello che le stava accadendo era sbagliato. La sua storia ha fatto il giro del mondo ed è diventata, giustamente, un simbolo. Ma un simbolo, se non viene difeso ogni giorno, rischia di restare solo un bel ricordo da citare nelle cerimonie.
Matrimoni forzati e il silenzio dell’Occidente
Ogni anno, nel mondo, milioni di ragazze vengono ancora costrette a sposarsi prima dei diciotto anni. Perdono l’infanzia, l’istruzione, il diritto di scegliere il proprio futuro. Le conseguenze sono note e documentate: gravidanze precoci, rischi sanitari gravi, abusi, violenza domestica normalizzata come “tradizione”.
Non è una opinione, è un dato che le organizzazioni internazionali per i diritti dell’infanzia ripetono da decenni. E allora la domanda che dobbiamo porci, con la schiena dritta, è questa: perché in Occidente troppo spesso si preferisce il silenzio, o peggio, il relativismo culturale, di fronte a pratiche che feriscono i diritti fondamentali di una bambina?
Non si tratta di razzismo, né di odio verso alcun popolo. Si tratta di principio. I diritti umani non sono negoziabili in base alla latitudine in cui si nasce. Una bambina ha lo stesso diritto all’infanzia a Sana’a come a Vicenza, e chi sostiene il contrario — in nome di un malinteso rispetto delle culture — sta in realtà tradendo il compito che ogni democrazia occidentale dovrebbe avere: difendere i più deboli, ovunque si trovino e chiunque li opprima.
Leggi severe contro i matrimoni forzati in casa nostra
In casa nostra, questo significa una cosa sola: leggi severe, senza eccezioni di sorta, contro matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili e ogni pratica che riduca una minore a oggetto di una tradizione più forte della sua libertà. Non si integra ciò che nega i diritti umani. La libertà di religione, sacrosanta, finisce dove comincia il corpo e la volontà di una bambina: nessuna fede, nessuna consuetudine, nessuna appartenenza può essere invocata per giustificare un abuso. Chi arriva in Italia porta con sé la propria cultura, ma non può portare con sé pratiche che il nostro ordinamento, e prima ancora la nostra coscienza civile, considerano crimini.
E fuori dai nostri confini? Anche lì abbiamo il diritto — anzi il dovere — di far sentire la nostra voce. Non è ingerenza, è solidarietà tra esseri umani: denunciare, a livello internazionale, i governi e le comunità che tollerano o incoraggiano i matrimoni infantili, chiedere che le convenzioni ONU sui diritti dell’infanzia smettano di essere carta straccia firmata e mai applicata, pretendere che la cooperazione internazionale condizioni gli aiuti al rispetto di questi principi minimi. Chi tace, in nome di un malinteso multiculturalismo, si rende complice.
Nujood Ali oggi è un simbolo. Ma dietro ogni simbolo ci sono migliaia di bambine senza nome che nessuno racconterà mai in un film. Per loro, l’unica risposta accettabile non è la comprensione culturale, è la fermezza. E questa fermezza comincia da chi ha il coraggio di dirla ad alta voce, anche quando non è comodo.
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