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Politica

I partiti e i leader si debbano mettere in discussione

Nell'intervista di Attilio Fontana sul malessere interno alla Lega, c'è molto più di una riflessione.

di Alessandro Scipioni -


Le riflessioni di Attilio Fontana, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, si inseriscono nel dibattito più ampio e urgente sulla crisi delle forme partito nel nostro Paese. Il governatore della Lombardia, nel sollevare il tema del malessere interno alla Lega, non si limita a un’analisi contingente delle difficoltà elettorali del suo movimento, ma tocca il nervo scoperto di un sistema istituzionale che ha progressivamente smarrito il valore originario che la Costituzione attribuiva ai partiti.

In un’epoca dominata dal leaderismo personalistico, dove la stabilità appare garantita dai capi più che dalle organizzazioni, promuovere un confronto interno è diventato paradossalmente un atto di eresia.

La causa della rivoluzione

​La causa profonda di questa involuzione risiede in gran parte nella degenerazione delle classi dirigenti parlamentari. Il sistema di selezione basato sui nominati ha prodotto, nel tempo, una classe politica di forma mentis cortigiana. Per i cortigiani, il dibattito critico nei confronti del leader appare inaccettabile poiché è il sovrano a determinarne la posizione nelle liste. Ed il miglior modo per essere garantiti è restare nelle buone grazie del capo, accreditandosi alla stregua di irriducibili votati al sostegno acritico fino alla morte.

In realtà si tratta di ipocrita messa in scena. I cortigiani difendono sì il capo, soprattutto per paura di non godere degli stessi privilegi con un avvicendamento al vertice; ma lo difendono soprattutto finché resta nella posizione che gli permette di disporre del loro destino.

Al mutare del capo, chi può si ricicla; gli stessi soggetti si trasformano prontamente da pretoriani dell’imperatore caduto, in devoti servitori del nuovo monarca, svuotando di qualsiasi spessore politico l’attività parlamentare.

Una repubblica parlamentare non può reggere senza partiti strutturati che siano luoghi vivi di confronto, di sintesi e di confrontro dialettico. Senza queste costruzioni intermedie il Parlamento si condanna all’ingovernabilità.

​In questo quadro, la Lega si trova a vivere una situazione paradossale ma carica di potenzialità. Nata originariamente per sfidare e scardinare il sistema politico nazionale, essa è oggi il partito che più di ogni altro può e deve farsi carico di un rinnovamento esemplare. Proprio perché la Lega affonda le proprie radici nella struttura territoriale e nell’azione amministrativa, essa possiede gli anticorpi necessari per rigenerarsi. Gli amministratori locali rappresentano la componente più solida del partito, quella che conosce la realtà dei fatti e che non vive di cortigianeria.

​Il richiamo di Fontana

Il richiamo di Fontana a un confronto ampio e aperto non deve essere letto come un tentativo sovversivo o rivoluzionario, bensì come un ritorno alla normalità democratica. In una democrazia compiuta il dibattito non è un segnale di debolezza o una minaccia alla tenuta del leader, ma la linfa vitale che garantisce l’adeguatezza dell’azione politica alle sfide del tempo.

La Lega ha l’occasione storica di dare un grande esempio al Paese dimostrando che è possibile tornare a una gestione collegiale, dove il merito e la concretezza dell’azione amministrativa prevalgono sulla logica del consenso calato dall’alto, restituendo così dignità alla funzione parlamentare e alla sovranità del dibattito pubblico.

Questo non è un segnale di debolezza. Dovrebbe anzi essere un’ispirazione per riportare queste virtuose prassi nell’ordinaria gestione di tutti i partiti. A guadagnarne sarebbe la qualità della politica, quindi lo spessore delle istituzioni della nostra Repubblica.

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