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Giustizia

Garlasco, la nebbia si dirada: l’ombra di Alberto Stasi e il peso del dubbio

Il caso Stasi tra nuove indagini e il monito di Luigi Bobbio. Un racconto profondo sul delirio giudiziario e la ricerca della verità oltre la nebbia

di Anna Tortora -


C’è una nebbia che da Garlasco non se ne va mai davvero. Non è quella dei fossi della Lomellina, che pure avvolge le risaie e nasconde i contorni delle case quando l’inverno si fa duro; è una nebbia giudiziaria, densa, appiccicosa, che per diciannove lunghissimi anni ha avvolto la villetta di via Pascoli e la vita di chi, da quella soglia, è uscito vivo ma segnato per sempre. Una nebbia che ora sembra finalmente diradarsi sotto i colpi di nuove evidenze, lasciando però dietro di sé un paesaggio di macerie umane e un sospetto atroce, di quelli che tolgono il sonno: che lo Stato abbia fallito la sua missione più alta, scambiando la ricerca della Verità con la necessità di un rito espiatorio.

La scoperta di Chiara morta, il corpo riverso in fondo alle scale, l’assenza di un alibi scolpito nel marmo: l’incubo di Alberto Stasi inizia in quell’istante di puro orrore. Per quasi due decenni, la giustizia si è incagliata su frammenti di tempo, su impronte invisibili e suggestioni visive, trasformando il dolore muto di un ragazzo nel sospetto metodico di un intero sistema. Stasi è diventato l’uomo dei due volti, il protagonista di un romanzo criminale scritto a puntate dai media: per lo Stato un assassino “oltre ogni ragionevole dubbio” – sebbene quel dubbio abbia ballato per tre gradi di giudizio come una fiamma esposta al vento – e per una parte d’Italia il capro espiatorio perfetto. Troppo pulito, troppo freddo, troppo “borghese” e distante per non risultare colpevole agli occhi di chi cercava un mostro da dare in pasto alla pancia del Paese nel prime-time.

L’illusione della certezza e il monito di Luigi Bobbio

Lo abbiamo guardato per anni, Alberto, varcare la soglia dei tribunali con quegli occhi chiari che non tradivano emozione, con quella compostezza scambiata per cinismo. Lo abbiamo condannato socialmente, nei salotti televisivi e sui social, prima ancora che legalmente, perché “non piangeva abbastanza”, perché il suo dolore non rientrava nei canoni dello spettacolo del dolore. Ma la giustizia non dovrebbe mai essere un esercizio di empatia o di psicologia spicciola; dovrebbe essere precisione chirurgica, fredda come il metallo dei fatti.

Sulla natura di questa condanna interviene oggi, con la forza d’urto di un maglio, Luigi Bobbio, magistrato e già senatore della Repubblica. Le sue parole sono una requisitoria contro un intero modo di intendere il diritto:”Al di là di ogni ragionevole dubbio. La condanna di Alberto Stasi è sempre stata un oltraggio a questo basilare principio costituzionale. Lo è più che mai. Purtroppo non è certo l’unico caso. Tutti i processi e le condanne indiziarie, la stessa idea di processo indiziario, sono uno sputo in faccia al principio costituzionale.”

Un monumento al delirio giudiziario

Se le nuove perizie dicono il vero – se quel DNA sotto le unghie di Chiara Poggi parla davvero un’altra lingua, se le analisi sul computer e gli orari della tesi di laurea non sono più un alibi traballante ma una verità digitale inoppugnabile – allora ci troviamo sull’orlo di un abisso. Non è solo un errore giudiziario; è il fallimento della logica applicata al diritto. Per Bobbio, la questione supera la cronaca e diventa un’emergenza democratica che non può attendere i tempi lunghi dei tribunali:
“Al di là del processo di revisione, Stasi dovrebbe essere liberato subito, a prescindere dalla colpevolezza o meno di Sempio, perché ciò che è venuto fuori dalla nuova indagine è un monumento funebre al delirio investigativo e giudiziario che gli hanno straziato la vita.”

Eppure, esiste una resistenza feroce a questa presa di coscienza. Il magistrato punta il dito contro il muro di gomma, contro quel “sentire comune” che preferisce la stabilità di una sentenza ingiusta al terremoto di una verità scomoda:
“I peggiori sono coloro che, ancora oggi, magistrati, giornalisti, cittadini, nel più ignobile spirito corporativo e giustizialista, osano sostenere che Stasi è stato pur sempre condannato da una sentenza, dimostrando di credere che una sentenza di un giudice, solo e proprio perché tale, possa e debba coprire come un sudario non solo la vita di Alberto ma anche l’idea stessa di Giustizia e di Verità.”

La responsabilità di guardare oltre

Quello che si muove oggi intorno a Stasi non è tifo da stadio e non è un garantismo di facciata. È l’inquietudine profonda di sapere che, mentre Alberto contava i passi nel cortile di Bollate pagando un debito che forse non ha, il vero colpevole potrebbe aver camminato libero per le stesse strade di Garlasco, respirando la stessa aria della famiglia Poggi.

Chiara resta ferma in quella fotografia di vent’anni fa: bionda, sorridente, cristallizzata in un’eterna giovinezza. È rimasta vittima due volte: una volta del suo assassino, la seconda di una ricerca della verità che ha preferito le scorciatoie mediatiche alla pazienza dell’evidenza. Se l’inchiesta dovesse confermare definitivamente questo ribaltamento, non avremo vincitori da festeggiare. Avremo solo la conferma che l’orrore non era solo nel delitto, ma nel pregiudizio di chi ha voluto chiudere un caso a ogni costo, dimenticando che la verità non accetta sudari, nemmeno quelli cuciti con l’ermellino e i timbri di un tribunale.

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