L’Italia dei talenti sprecati: “Dottore, ma non troppo”
Siamo la patria del brain waste, lo spreco sistematico di cervelli. Siamo un Paese che educa (poco) per poi dequalificare (molto)
Siamo l’Italia dei talenti sprecati: abbiamo un rapporto complicato con l’intelligenza. Ci piace celebrarla nei geni del passato, ma ci spaventa quando si presenta sotto forma di laurea nel presente.
L’Italia dei talenti sprecati
Il risultato è una questione irrisolta che la politica mette regolarmente sotto il tappeto. Il brain waste, lo spreco sistematico di cervelli. Siamo un Paese che educa (poco) per poi dequalificare (molto).
E siamo il club dei penultimi. Mentre il resto d’Europa corre verso l’economia della conoscenza, l’Italia ha deciso di procedere a passo d’uomo. Secondo i dati Eurostat, solo il 30% dei nostri giovani (25-34 anni) è laureato, contro una media Ue che vola oltre il 45%. Siamo la Cenerentola d’Europa, ma senza la scarpetta di cristallo. Ci contendiamo l’ultimo posto con la Romania, ma con molta più boria.
Laureati per fare cosa?
Ma il vero capolavoro nostrano è cosa facciamo di quei pochi dottori che produciamo. Circa un laureato su tre è impiegato in mansioni che richiederebbero a stento il diploma. È il trionfo del “Dottore, ma non troppo”: hai studiato biochimica? Perfetto, ecco il palmare per prendere le ordinazioni in pizzeria.
E’ la trappola della mediocrità. Perché la politica ignora questo gap? Perché ammettere che siamo in una “low skills trap” – la trappola delle basse competenze – significherebbe ammettere il fallimento del nostro modello industriale. Il 95% delle nostre imprese è troppo piccolo per aver bisogno di un esperto di Ai o di un ingegnere dei materiali. Preferiamo competere sui costi, sulla fatica e sul “si è sempre fatto così”.
Il digital? Un otional fastidioso
Mentre la Spagna vede il 66% dei cittadini padroneggiare competenze digitali di base, noi arranchiamo al 46%. Il digitale in Italia è ancora percepito come un optional fastidioso, come il bollo auto. Investiamo in “ricerca & sviluppo” appena l’1,5% del Pil, meno della metà della Germania. È come pretendere di vincere a scacchi contro un computer usando le pedine della dama.
Ci aspetta un futuro da museo? Il tono amaro della vicenda sta nella cecità collettiva. La politica si eccita per un ponte o una sagra, ma resta muta davanti allo sterminio silenzioso delle ambizioni. Senza specialisti Ict (siamo allo 0,8% della forza lavoro, ultimi in Ue), le riforme tecnologiche restano gusci vuoti.
Porto di laureati stranieri
Il rischio è diventare il parco giochi dei laureati stranieri. Un luogo bellissimo dove serviremo ottimi calici di vino a chi, all’estero, ha brevettato le tecnologie che noi non abbiamo saputo né studiare né comprare. Dottori nel titolo, ma camerieri nel destino.
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