L’uniforme non ha ideologia. Ma qualcuno sembra averlo dimenticato
«L’Esercito è un patrimonio di tutti gli italiani». E per i militari in servizio le regole sono «molto chiare»: devono mantenersi estranei alla competizione politica, e le eventuali violazioni «saranno sanzionate senza nessuna remora».
Poche parole, ma pesanti come pietre, pronunciate al Forum Ambrosetti di Cernobbio dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Carmine Masiello.
Dopo averlo spiegato per anni ai miei lettori – nonostante i palesi cattivi esempi di alcuni magistrati, per i quali dovrebbero valere gli stessi limiti costituzionali previsti per i cittadini in uniforme – plaudo senza esitazioni al Generale Masiello. E mi auguro che la sua chiarezza diventi la linea, altrettanto esplicita, di tutti gli Stati Maggiori e Comandi Generali. Ma anche di Assoarma, il Consiglio Nazionale Permanente delle Associazioni d’Arma, e delle associazioni che ne fanno parte.
Confondere militarità costituzionale con ideologia politica
Lo ribadisco dopo un’esperienza personale che mi ha lasciato più inquieto che amareggiato. Un mio recente post sul “generale”, non sull’”onorevole”, Roberto Vannacci ha provocato sui social reazioni violentissime, anche in pagine frequentate da militari in servizio e in congedo, appartenenti alle Forze Armate e di Polizia. Sono stato accusato da alcuni di “fare politica”.
Tipico di un “mondo al contrario”, dove chi vorrebbe fare politica esibendo gradi e uniformi confonde con “politica” il ricordare i doveri costituzionali dei militari, e quelli derivanti dal loro solenne giuramento.
È esattamente il contrario.
Sul politico Vannacci si può essere d’accordo o in disaccordo. Io ho scelto, sinora, di non pronunciarmi. Può presentarsi alle elezioni, raccogliere milioni di voti, diventare ministro o presidente del Consiglio: è la democrazia. Ho persino precisato che, del politico, se me ne desse l’occasione, potrei un giorno, teoricamente, persino condividerne le idee.
Ma il mio giudizio sulla concezione della Militarità (il maiuscolo non è a caso) è altra cosa, così come quello sul Generale di Divisione dell’Esercito già severamente sanzionato disciplinarmente due volte con ben 23 mesi complessivi di sospensione dal grado, che gli hanno fatto rischiare la “degradazione” a soldato semplice.
Anche se ho trovato sciocca e fuori luogo la scelta di alcuni media – diversi dal Vernacoliere – di criticarlo pubblicando il suo profilo ed il suo soprannome datogli dai suoi colleghi di corso nella raccolta goliardica (si chiama “numero unico”) di foto e ricordi ironici del primo biennio dell’Accademia. Operazione che non aggiunge nulla, se non maggiore popolarità all’onorevole generale.
Da sempre, personalmente, distinguo tra Militarità repubblicana, fatta di servizio, disciplina, onore, esempio e fedeltà alle istituzioni, e militarismo, che ne rappresenta invece la deteriore caricatura.
Non è una posizione nata oggi. Nel mio libro Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo ho spiegato il mio senso sacro di ciò che significa essere Militare della Repubblica Italiana, insegnatomi da mio padre: essere servitore della Patria e delle libere istituzioni, fino ad accettare il rischio dell’estremo sacrificio. E ho aggiunto che tutto questo nulla ha a che fare con qualunque forma di militarismo.
Perché l’indifferenza può diventare complicità
Sono figlio di un ufficiale paracadutista dell’Esercito, orgogliosamente Militare e altrettanto orgogliosamente antimilitarista. Ho indossato io stesso l’uniforme e, quando qualcuno negli Anni Ottanta pensava di smilitarizzare la Guardia di Finanza, ero tra coloro che, dal Comando Generale del Corpo, ne difendevano convintamente la militarità. Poi, da primo militare italiano in servizio nelle istituzioni europee, negli anni Novanta, ho cercato di dimostrare anche a Bruxelles – con grammi di esempio personale che valgono sempre più di quintali di parole – cosa significhi essere un Militare della Repubblica italiana.
Non è una storia che mi rende migliore degli altri. Spiega semplicemente perché su questo tema non riesco a essere indifferente. Consapevole che l’indifferenza può diventare complicità.
E proprio alcune delle reazioni ricevute mi hanno fatto suonare un campanello d’allarme.
Un campanello d’allarme tra le uniformi
Ho avuto la sgradevole impressione che una parte, certamente minoritaria ma da non sottovalutare, del mondo militare abbia smarrito qualche pagina dell’ABC istituzionale e costituzionale. Non riguarda una sola Forza Armata o di polizia, né soltanto chi è in congedo. Riguarda una cultura che rischia di confondere Patria con parte politica, fedeltà alle istituzioni con adesione a determinate idee, spirito militare con appartenenza ideologica.
Questo, soprattutto nel momento geopolitico che stiamo vivendo. sotto un costante attacco di guerra ibrida, anche cognitiva, è molto pericoloso.
Il militare non giura fedeltà a un governo, a una maggioranza, a un leader o a una corrente culturale. Giura fedeltà alla Repubblica, osservanza della Costituzione e delle leggi, e di adempiere con disciplina e onore tutti i doveri del proprio stato, per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni.
Non sono parole rituali. Sono l’architrave democratica dell’essere militare.
Per questo il problema non può essere affrontato soltanto con procedimenti disciplinari. Le sanzioni servono quando le regole vengono violate. Ma prima ancora serve prevenzione, che è fatta anche, e soprattutto, di formazione e informazione.
Rafforzare nelle scuole militari lo studio dell’abc costituzionale e istituzionale
Accademie, Scuole militari, e corsi di formazione permanente dovrebbero rafforzare lo studio della Costituzione, dell’ordinamento repubblicano, dei rapporti tra potere politico e Forze Armate, dei limiti derivanti dallo status militare e dell’uso responsabile dei social network. Non come materie accessorie, ma come parte essenziale della formazione professionale.
Partendo dalla formula del giuramento che tutti i militari hanno prestato, da militare, proprio perché ho giurato fedeltà alla Repubblica e osservanza della Costituzione e delle leggi, non posso accettare interpretazioni personali di cosa significhi essere Militare della Repubblica italiana.
La Costituzione non è un menù dal quale scegliere ciò che piace
L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo, ma precisa che esso la esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione». L’articolo 10 apre l’ordinamento italiano al diritto internazionale, mentre l’articolo 11 consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie alla pace e alla giustizia fra le Nazioni. È anche su questa disposizione che si fonda la partecipazione italiana al processo di integrazione europea.
Dal 2001, inoltre, l’articolo 117 stabilisce che anche il legislatore deve esercitare la propria potestà «nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali».
Per un militare, poi, due articoli sono fondamentali. L’articolo 52 dispone che «l’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica». L’articolo 54 stabilisce che tutti i cittadini devono essere fedeli alla Repubblica e osservare «la Costituzione e le leggi», imponendo a chi esercita funzioni pubbliche di adempiere con «disciplina ed onore».
Anche quelle Ue fanno parte delle libere istituzioni da salvaguardare
Possiamo criticare Bruxelles, l’euro, la BCE e qualsiasi politica europea. Possiamo democraticamente chiedere di modificare i Trattati e persino di cambiare radicalmente l’Unione. Ma finché l’Italia aderisce liberamente ai Trattati che ha sottoscritto e ratificato secondo le proprie procedure costituzionali, un servitore dello Stato non può decidere che quelle norme non gli piacciono e quindi non lo riguardano.
Questo è l’ABC istituzionale e costituzionale che chi ha portato o porta le stellette dovrebbe conoscere meglio di chiunque altro.
Evviva la Patria e le nostre Forze Armate, nel rispetto della Costituzione
La Patria non è una parola da contrapporre alla Repubblica, alla Costituzione o agli impegni liberamente assunti dall’Italia.
Servire la Patria significa anzitutto servire il suo ordinamento costituzionale e istituzionale. Altrimenti non parliamo più di patriottismo costituzionale, ma di una personale concezione politico-ideologica della Patria.
Perché un militare, e soprattutto un alto ufficiale, può conoscere perfettamente tattica, strategia e sistemi d’arma. Ma se non comprende sino in fondo a chi e a che cosa ha giurato fedeltà, gli manca qualcosa di ancora più importante.
Il generale Masiello – dopo la Medaglia d’Oro al Valor Militare Tenente Colonnello Gianfranco Paglia – ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente: l’Esercito appartiene a tutti gli italiani.
Aggiungo: tutte le Forze Armate e di polizia, compresa la mia Guardia di Finanza, ma anche la Polizia di Stato, appartengono a tutti gli italiani. Proprio per questo non possono appartenere a nessuna parte politica. E se ne dovrebbe ricordare anche certa Sinistra, complice della situazione di abbandono in cui spesso si sentono i servitori della Repubblica in uniforme.
È un principio elementare. Ma il fatto che oggi occorra nuovamente spiegarlo e ricordarlo, non solo sui social, come ha fatto il Generale Masiello, è ciò che mi inquieta di più.
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