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Ambiente

Lupi sì, lupi no: l’emergenza vera, un Piano fermo al 2002

Da oltre due decenni l'impasse di ministero, Conferenza Stato Regioni e Ispra

di Angelo Vitale -


Non è più tempo di slogan né di spauracchi emotivi: la presenza del lupi in Italia realtà consolidata: la sua gestione non può più essere affidata a un Piano nazionale che risale a oltre due decenni fa, fermo al 2002. Ieri a Rimini sindaci, Prefettura, forze dell’ordine, associazioni agricole hanno discusso un tema che sta uscendo dalle cronache da paura per entrare nei fatti di gestione quotidiana e di governance istituzionale.

Lupi sì, lupi no

L’incontro, non un dibattito vecchio stile tra promotori della tutela e “territori contro lupi” ma un tentativo di definire misure concrete di prevenzione, indennizzo, supporto operativo e coordinamento territoriale. Ciò, anche alla luce di dati che mostrano un incremento delle interazioni tra fauna selvatica e attività antropiche nel Riminese.

Una constatazione semplice: la specie appare più presente e più visibile rispetto al passato recente. Non solo avvistamenti nei boschi o nelle colline appenniniche, ma anche episodi in aree antropizzate. Come quello registrato all’inizio di gennaio presso l’aeroporto di Rimini-Miramare, quando tre esemplari sono stati allontanati in sicurezza con operazioni coordinate per tutelare persone e infrastrutture.

Non un fenomeno “nuovo” ma una presenza consolidata negli anni che richiede strumenti istituzionali all’altezza della sua complessità. Una questione di co-esistenza e gestione, non solo una questione naturalistica. Gli allevatori lamentano predazioni e danni economici, le comunità chiedono risposte sul fronte della sicurezza percepita. E le istituzioni devono mediare tra diritti, responsabilità e normative esistenti.

Un Piano vecchio di oltre 20 anni

Al centro dell’analisi, un dato tecnico e politico che spesso sfugge alle conversazioni più emotive. In Italia il Piano di gestione e conservazione del lupo risale al 2002, redatto sotto gli auspici del ministero dell’Ambiente e dell’Ispra e pensato come strumento guida per almeno cinque anni. Pur significativo come primo tentativo di strutturare una strategia nazionale, mai aggiornato con un percorso condiviso e privo di un quadro operativo coerente con l’attuale distribuzione e dinamiche della specie.

Per oltre vent’anni l’Italia ha operato con un quadro normativo obsoleto, senza un Piano aggiornato dalla Conferenza Stato-Regioni che integrasse dati di monitoraggio, dinamiche demografiche, conflitti con l’uomo e strumenti di governance territoriale. Nel frattempo la popolazione di lupi risaliva naturalmente grazie a condizioni ecologiche e normative di tutela, portando la specie a ricolonizzare ampie aree della Penisola. Fermi al 2020-21 i dati numerici monitorati: 3500 lupi in aree alpine (meno di mille) e nelle aree peninsulari.

L’aggiornamento che manca

Varie proposte di rinnovamento, negli ultimi anni. Tra queste, un testo trasmesso alla Conferenza Stato-Regioni con l’obiettivo di sostituire il documento del 2002 e orientare la gestione su monitoraggio scientifico, mitigazione dei conflitti e coinvolgimento di Regioni, ministero, Ispra e portatori di interesse. Poi, un iter di approvazione in stallo, senza ancora un documento ufficialmente adottato che rifletta l’evoluzione delle conoscenze e delle condizioni del lupo in Italia.

A Rimini ribadito un concetto prioritario anche a livello nazionale. Non basta proteggere la specie se poi non si hanno strumenti operativi per monitorarla, prevenirne gli impatti e integrare politiche di difesa degli allevatori e delle comunità rurali.

Il “linguaggio della paura” da superare

Anche sotto il profilo economico, le risorse destinate alla prevenzione e agli indennizzi — qui, circa 350mila euro annui per misure anti-predazione e un bando straordinario da 2 milioni di euro per il 2026 — mostrano che la gestione non è solo teoria. Si cerca un equilibrio pratico tra incentivare le buone pratiche (recinzioni, cani da pastore, sistemi di dissuasione attiva) e garantire ristori per chi subisce danni.

Accanto alle questioni tecniche, narrazioni contrapposte che alimentano percezioni di paura o, al contrario, diffondono messaggi di piena tranquillità. Le associazioni ambientaliste invitano a superare il “linguaggio della paura” e a privilegiare informazioni scientifiche sulla specie e sui modi concreti di convivenza, ricordando che il lupo appenninico è parte dell’ecosistema e può svolgere un ruolo nella regolazione di altre specie selvatiche.

Dall’altro lato, a vari livelli invocati strumenti di contenimento più forti e rapidi interventi. In generale, un dibattito che non può chiudersi con slogan, ma richiede governance aggiornata.

Rimini laboratorio di un nuovo confronto?

Non un conflitto manicheo tra chi ama e chi teme la fauna selvaggia, bensì una questione di governo efficace e di strumenti istituzionali adeguati.

Finché l’Italia continuerà a operare con un Piano nazionale a 24 anni di distanza dall’ultimo aggiornamento, le risposte rischiano di rimanere frammentarie, reattive e dipendenti dalle iniziative locali anziché da una strategia coerente e condivisa. A Rimini il tentativo di un laboratorio di soluzioni concrete. Ma serve una rinnovata cornice normativa e di governance che tenga conto della complessità biologica, sociale ed economica della questione.


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