Tranquilli: per svegliare l’America basta un morto
Non è una pubblicità di Taffo, ma potrebbe esserlo: Jackson se ne va e l’America che l’ha ignorato ora inscena un lutto comodo, senza costi né conseguenze
Prima di diventare un santino da cerimonia, Jesse Jackson era difficile da contenere: pastore battista, attivista, voce forte dei diritti civili quando il Paese aveva già archiviato la stagione delle marce e dei martiri. Negli anni Ottanta provò due volte a correre per la Casa Bianca, come se l’America fosse pronta a farsi guidare da qualcuno che parlava di povertà, razzismo e disuguaglianze senza filtri. Non vinse, ma aprì una crepa. E le crepe, in un Paese ossessionato dalle superfici, non vengono mai perdonate.
Il lutto come anestesia
Poi è morto. E l’America, che non sa gestire i suoi profeti vivi, ha subito capito come trattare il suo corpo: piangerlo a comando. Il copione è semplice. Si prende una figura scomoda, la si ripulisce, la si rende innocua. Jackson parlava troppo chiaro. Oggi invece lo ricordano con la calma di chi non ha mai avuto nulla da farsi rimproverare. È il lutto americano: trasforma ogni voce disturbante in un oggetto da museo, con una didascalia che non fa male a nessuno.
Le sue campagne presidenziali? Ora vengono definite “visionarie”. All’epoca erano viste come un intralcio: un uomo nero che pretendeva spazio politico, delegati, attenzione. Un errore di sistema. Jackson non vinse, ma mostrò quanto fosse stretto il corridoio del possibile. E questo bastò a renderlo indigesto.
Lo specchio che non riflette più
Adesso lo celebrano. Ma è un lutto da palinsesto: luci giuste, tono giusto, zero conseguenze. Perché se l’America dovesse davvero affrontare ciò che Jackson rappresentava — povertà, razzismo strutturale, fede come strumento politico — dovrebbe ammettere che non ha risolto nulla. E che la sua coscienza civile è un oggetto smarrito da tempo.
Keep hope alive, diceva lui. Oggi sembra una frase fuori posto. La speranza è diventata un prodotto: si compra, si vende, si consuma. L’America la usa come uno slogan stagionale, poi la dimentica.
Forse non è morto solo un leader. È morto uno specchio. E l’America, che da anni vive di riflessi filtrati, ora si guarda e non vede più niente.
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