Mare nostro
Ma i divieti assurdi fanno male a tutti
Il mare è nostro. Di tutti. La spiaggia è pubblica e i servizi sono utilissimi a rendere l’esperienza dell’estate più bella, più soddisfacente e in un certo senso anche più sicura. Il guaio, come al solito, è quando i furbetti credono di poter fare ciò che vogliono. La bella stagione sta diventando una trincea. Da una parte i bagnanti, che si sentono trattati come bancomat. Dall’altra i gestori, quelli onesti e che sono naturalmente la maggioranza, che pagano per tutti. In mezzo ci sono i furbetti: che piangono miseria e che, come dice quel proverbio non proprio elegante e che non è il caso di citare ma ci siamo capiti, se ne approfittano.
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Mare nostro, sì ma i divieti fanno male a tutti
La novità, più o meno, delle polemiche estive di quest’anno riguarda i divieti imposti, arbitrariamente, da alcuni titolari di stabilimenti balneari. Che riguardano l’impossibilità di portare sotto l’ombrellone bevande e alimenti da casa o, comunque, acquistati fuori dal lido. La questione si riduce a questo: Hai il panino nella borsa termica? Non ti faccio entrare nel mio lido perché è uno spazio privato. Ecco, è tutto sbagliato. E no, la questione decoro non c’entra un fico secco. Si poggia, il divieto, sulla percezione di come sia cambiato il mare e il modo di viverlo. Ricordate? Le teglie di parmigiana della nonna, le cofane di pasta al forno la domenica, i tavolini occupati e messi in fila sulla rotonda fin dalle nove del mattino e apparecchiati come al dì di festa. Ecco, questa abitudine (solo l’ultima, quella di occupare abusivamente gli spazi che legittimamente appartengono al lido) rimane viva in tanti, forse troppi, stabilimenti. E causa, naturalmente, dei problemi ai gestori. Che rischiano, poi, di non avere abbastanza spazio per ospitare chi, invece, preferisce usufruire dei servizi di ristorazione dei lidi stessi. Questo, però, è un problema che si può risolvere con il buonsenso e non può servire da giustificazione per imporre, in maniera irregolare, un divieto totale sul portarsi il panino, per dire, da casa. Allargare il “ban” di consumare cibo portato da casa sulla rotonda alla “schiscetta” tout court è fatto assolutamente lunare.
Le responsabilità dei gestori (e quelle degli enti)
Ma un po’ di responsabilità, va detto, se la devono prendere pure gli enti locali. Non ha mica giovato la superfetazione di leggine e regolamentucoli che, negli anni, è servita ai Comuni (e non solo loro) per imbarcarsi in una sorta di gara a imporre divieti sempre più strani e particolari. Più era piccolo l’ente, più grande la boutade. Del resto, a ogni estate, in tutte le redazioni del regno giornalistico italiano scattava la caccia all’ordinanza più strana, alla regola più divertente e inusuale. Così si son create quelle zone d’ombra che vengono sfruttate dai furbetti per imporre limiti che non stanno né in cielo, né in terra né in nessun atto giuridico. Addirittura, stando a quanto hanno riportato la cronache di questi giorni caldissimi, ci sono stati gestori (poco) furbi che hanno istituito delle dogane private per perquisire le borse frigo dei bagnanti, manco fossero la Guardia di Finanza. In Puglia, per dirne solo una, il governatore della Regione Antonio Decaro è stato costretto a puntualizzare, pubblicamente, che non esiste alcun divieto di consumare pasti, cibo e bevande portate da casa. “Le regole in Puglia sul decoro ci sono già dal 2019: è vietato in spiaggia utilizzare plastica monouso. Quindi, chi porta cibo da casa può utilizzare soltanto posate e stoviglie biodegradabili”. Ecco. Il caso che ha indotto Decaro a intervenire fu abbastanza grave perché a Vieste, sul Gargano, una mamma era costretta a nascondere i panini dei suoi figli dall’occhiuta vigilanza dei padroni del lido che la famiglia frequentava. E qualcuno, in maniera improvvida, aveva parlato di tutela del “decoro” per giustificare un comportamento che non aveva alcun fondamento.
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Non basta mettere un cartello per imporre leggi (che non esistono)
Insomma, adesso, si è arrivati al paradosso per cui basta affiggere un cartello per credere, o far credere, che faccia giurisprudenza o che abbia valore legale. Ecco, bisogna ricordarsi che la spiaggia è e rimane uno spazio pubblico e che, nei limiti del decoro e del rispetto delle leggi, ci si può anche portare da casa una ciotola di riso all’insalata senza che nessuno possa permettersi né sequestri preventivi né di negare l’accesso ai servizi balneari. Che poi, detto tra noi, sono quelli, i servizi, che costituiscono il cardine della concessione che è stata rilasciata: bar, ristoranti, rotonde e pizzerie non sono che, dal punto di vista normativo, mero contorno. E l’accesso al mare, va da sé, non lo può negare nessuno. Nemmeno se allestisce (qualcuno lo fa ancora…) staccionate alte così.
Il nodo concessioni
La vicenda concessioni è un altro argomento delicatissimo. In Italia, rispetto al resto d’Europa, s’è imposto (fin dal Dopoguerra) un modello di impresa balneare che rimane ancorata al concetto di piccola impresa. È la tara che sta frenando, già da un po’, l’economia nazionale. Le piccole imprese non riescono (o non vogliono…chissà) diventare grandi. Preferiscono rimanere in una eterna confort zone. Questa, per carità, è un’altra storia. Ma che impatta pure sulle nostre estati. Eppure in Europa le cose vanno in maniera molto diversa e sono pochi quelli che se ne lamentano. Anzi, scoprire che in Spagna o in Grecia si accede liberamente (e senza perquisizioni…) alla spiaggia è già una sorpresa. A cui s’aggiunge, per dire, il fatto che ogni porzione di lido sia vigilata da personale di salvataggio professionale (da noi siamo ancora ai lavoretti estivi dei ragazzini che vanno ancora al liceo). Chi vuole i servizi può scegliersi il lido e ce n’è per ogni tasca, per tutti i gusti. E, chiaramente, a seconda di quanto si spende si ha accesso a servizi di qualità migliore. A un costo che non è proibitivo. A differenza, e questo va riconosciuto, di quanto accade troppe volte sulle nostre spiagge.
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