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Politica

Il senno di poi, professione a tempo pieno

Marianna Aprile e il senno di poi: l’arte di spiegare il mondo a cose fatte. Il sentenzialismo social che boccia la politica estera di Meloni a posteriori

di Anna Tortora -


In Italia il problema non è mai stato trovare soluzioni, è che siamo pieni di gente che le aveva già trovate. Il giorno dopo, s’intende. Prendete la giornalista Marianna Aprile su X: una riga, un verdetto, una comoda archiviazione per liquidare tre anni e mezzo di politica estera come un errore unico, lineare, senza attenuanti. Il fascino irresistibile del giudizio retroattivo, quello che non sbaglia mai perché, per l’appunto, arriva sempre a cose fatte.

Il giudizio di Marianna Aprile sulla politica estera

«Nel giro di poche ore, tra sospensione degli accordi con Israele e presa di distanza da Trump (che ricambia non affettuosamente), Meloni sconfessa tre anni e mezzo di politica estera. Ha sbagliato strategia per tre anni e mezzo. Pare averlo capito. Resta gravissimo per una leader», sentenzia la nostra dal suo avamposto digitale. Abbiamo scoperto così che il vero Ministero degli Esteri non sta alla Farnesina, ma tra le dita agili di chi osserva il mondo dal finestrino di un treno già arrivato in stazione per spiegare al macchinista che avrebbe dovuto girare a sinistra due chilometri prima.

È il metodo a incantare, prima ancora della critica. Raccontare la geopolitica come una sequenza di mosse nette significa ridurre la complessità a un riassunto da social: veloce, categorico e rassicurante per chi lo scrive. Nel frattempo, la Premier si muove dentro una narrazione dove ogni scelta è colpevole per definizione: se si avvicina a Washington è subalterna, se si allontana “sconfessa”, se resta prudente è ambigua. Un sistema perfetto dove l’errore è garantito dal commentatore di turno, indipendentemente dalla mossa.

A completare il quadro arrivano le letture politiche, puntuali e inevitabilmente divergenti: «Ha avuto il coraggio di dire basta a un pazzo», afferma Calenda; «Ferma condanna per l’attacco alla premier», dichiara la Schlein.

La politica del giorno dopo

Stesso fatto, due narrazioni diverse dalla cara Aprile, la cui lente non fiorisce mai, se non a scoppio ritardato.

La scorciatoia più antica resta la semplificazione: dire “ha sbagliato tutto” non richiede sfumature, non impone responsabilità e mette al riparo dai fatti futuri. Perché chi governa decide senza sapere come andrà a finire, mentre chi commenta dall’alto del suo sentenzialismo postumo sa sempre com’è andata.
Continui pure, Marianna, a distribuire patenti di guida con la macchina già parcheggiata e a spiegare il mondo a posteriori con la sicurezza di chi non paga mai dazio. È un lavoro sporco, lo sappiamo, ma qualcuno dovrà pur farlo: ammirare il panorama e distribuire voti una volta che l’arbitro ha già fischiato la fine.

L’oracolo di Twitter e la geopolitica del lunedì

Insomma, il verdetto è tratto: tre anni e mezzo di diplomazia liquidati con un tweet tra un caffè e un lancio d’agenzia. È la magia della geopolitica da salotto, quella dove i dossier internazionali si risolvono con la stessa sicumera con cui si commenta il fuorigioco davanti alla moviola.
Cara Marianna, continua pure a correggere i compiti e a spiegare le rotte mentre la nave è già in porto. Del resto, criticare chi decide è un esercizio faticoso, ma criticare chi ha già deciso è un privilegio che non richiede nemmeno il disturbo di aver ragione.
Perché in questo Paese siamo tutti statisti, ma rigorosamente a partire dalle ore 10:00 del mattino dopo.

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