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Giustizia

Il paradosso della cima: se la responsabilità apicale diventa un altare sacrificale

La condanna di Mauro Moretti riapre il nodo della colpa penale: se guidare un'azienda diventa una responsabilità oggettiva slegata dalle azioni materiali

di Anna Tortora -


Di fronte all’epilogo umano e giudiziario di Mauro Moretti, la tentazione del dibattito pubblico italiano (da tempo adagiato sulle sponde di un manicheismo tanto sterile quanto rassicurante) è quella di abbandonarsi alla consueta estetica del verdetto: da un lato l’esultanza per una giustizia che “infine arriva ai piani alti”, dall’altro il disorientamento per la caduta di un alto servitore dello Stato. Eppure, a saper guardare oltre la superficie della cronaca e la sacrosanta urgenza di giustizia per le trentadue anime di Viareggio, la parabola dell’ex numero uno di FS e Leonardo dischiude nodi teorici ben più profondi, che interrogano direttamente lo statuto della responsabilità nell’era della complessità tecnologica.

In un’epoca contrassegnata dalla sistematica evaporazione del senso del dovere, in cui l’abuso della scappatoia procedurale è divenuto prassi burocratica, la decisione di Moretti di rinunciare alla prescrizione assume i contorni di una tragica, quasi novecentesca, professione di fede nelle istituzioni repubblicane. Sottoporsi al merito del giudizio, accettando preventivamente il rischio della condanna pur di veder vagliata la propria condotta, non è solo una strategia difensiva: è l’ultimo, formale omaggio al primato del Diritto. Una dignità che trova la sua coerente, per quanto dolorosa, conclusione nel momento in cui lo stesso manager varca la soglia del carcere di Orvieto, offrendo plasticamente l’immagine di uno Stato che giudica se stesso nelle sue emanazioni apicali.

Tuttavia, è proprio sul terreno del diritto penale che la sentenza della Suprema Corte rischia di inaugurare una stagione dogmaticamente ambigua. Inserendosi in una complessa rete industriale transnazionale, dove le catene del valore e della sicurezza sono ormai frammentate a livello globale, pretendere che l’organo di vertice di allora risponda penalmente del cedimento strutturale di un componente meccanico straniero solleva un interrogativo squisitamente accademico: qual è il limite esigibile della vigilanza manageriale per fatti avvenuti in una controllata anni prima? La trasposizione del concetto di colpa dall’azione materiale alla funzione organizzativa rischia infatti di scivolare verso una forma di responsabilità oggettiva legata esclusivamente alla passata o presente posizione gerarchica.

Il pericolo latente non è soltanto dottrinale, ma investe la stessa tenuta del sistema-Paese. Se la guida di un’infrastruttura critica o di un colosso industriale si trasforma in un potenziale azzardo biografico, l’esito inevitabile sarà l’avvento di una paralizzante “burocrazia difensiva”, speculare a quella medica: una frammentazione delle deleghe volta non già a ottimizzare i processi, bensì a precostituire scudi legali per i futuri disastri dell’imponderabile.

La giustizia, per rimanere tale e non mutarsi in una tardiva ordalia riparatrice a uso dei media, deve saper distinguere l’errore gestionale dal dolo e, soprattutto, la colpa individuale dall’intrinseca fallibilità dei macrosistemi tecnologici. La detenzione di Mauro Moretti chiude un capitolo di cronaca, ma lascia aperto il grande quesito della modernità: se per placare il dolore collettivo sia necessario punire la funzione o, piuttosto, comprendere la complessa e tragica natura del rischio.


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