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Medie imprese, il Mezzogiorno non rincorre più

"Dimostrano di poter correre anche più velocemente di quelle del Centro-Nord"

di Dave Hill Cirio -


Il Mezzogiorno non rincorre più, le medie imprese fanno da traino. Ora il Sud prova a dettare il passo. Lo suggerisce il rapporto realizzato dall’Area Studi Mediobanca con Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne. Non uno slogan, ma la fotografia di un cambio di fase che merita una lettura meno automatica dei numeri.

Le medie imprese del Mezzogiorno

Le medie imprese del Sud crescono mentre il contesto globale rallenta. Nel decennio 2014-2023 il loro fatturato è aumentato del 78,1%, contro il 52,8% delle altre aree del Paese. Nel 2024 hanno segnato un ulteriore +1,8%, mentre il resto d’Italia registrava un calo dell’1,7%. Per il 2025, il 65,4% delle mid-cap meridionali prevede un aumento dei ricavi, dieci punti in più rispetto al Centro-Nord.

Non si tratta di un rimbalzo episodico. Il dato racconta una trasformazione più profonda. Il Mezzogiorno industriale mostra maggiore fiducia, pianifica investimenti e guarda oltre i confini nazionali. Quasi l’80% delle medie imprese del Sud intende espandersi in nuovi mercati nei prossimi due anni, contro il 68,3% delle altre aree. L’internazionalizzazione diventa una scelta strutturale, non una risposta emergenziale.

A rafforzare questa dinamica contribuisce anche la struttura produttiva. Le medie imprese manifatturiere del Mezzogiorno sono 408, a controllo familiare italiano, con una forza lavoro compresa tra 50 e 499 addetti. Nel complesso generano l’11,8% del valore aggiunto manifatturiero dell’area. Campania e Puglia concentrano il numero maggiore di aziende, ma anche Abruzzo, Sicilia e Sardegna mostrano una presenza industriale più articolata rispetto al passato. Il fatturato aggregato supera i 22 miliardi di euro, con un peso crescente sui territori.

L’export

A completare il quadro, il fattore determinante rappresentato dalla dinamica dell’export. Nel 2023 le medie imprese del Mezzogiorno hanno superato i 6,4 miliardi di vendite estere, con la Campania e la Puglia in testa, seguite dall’ Abruzzo e dalla Sicilia. In diversi casi l’export rappresenta oltre un terzo del fatturato. Emerge un segnale di maturità industriale che riduce la dipendenza dal mercato interno e rafforza la capacità di assorbire shock esterni, dal rallentamento europeo alle tensioni commerciali globali.

Intanto, pesano non poco le tensioni geopolitiche. I dazi statunitensi colpiscono in modo rilevante una media impresa del Sud su quattro. Una su due prevede una riduzione dell’export verso gli Usa. Solo il 7,8% dichiara di voler assorbire i costi pur di restare su quel mercato. Molte imprese guardano quindi all’Europa o a mercati extra-Ue alternativi, con un approccio pragmatico.

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, lo chiarisce: “Le medie imprese del Mezzogiorno si confermano un importante volano di crescita del Sud e stanno dimostrando di poter correre anche più velocemente di quelle del Centro-Nord”. La richiesta non riguarda sussidi, ma condizioni adeguate, soprattutto per export e internazionalizzazione.

Al Sud il modello capitalistico centrato sul territorio

Il caro energia resta una delle criticità principali. Oltre il 60% delle mid-cap meridionali segnala un aumento della bolletta, con effetti sui margini per più di sei imprese su dieci. La risposta passa dagli investimenti. Il 25,5% punta sulle rinnovabili, mentre il 22,3% sceglie l’ammodernamento degli impianti per migliorare l’efficienza.

La transizione ecologica assume al Sud una valenza industriale. Il 73,7% delle imprese mira a ridurre l’uso di fonti fossili e ad adottare energie rinnovabili. Il 42,9% intende accelerare gli investimenti green, contro il 27,4% del resto d’Italia. A frenare resta come succede sempre la burocrazia, indicata dal 41,3% delle aziende come principale ostacolo.

“La crescita delle medie imprese del Mezzogiorno segnala una felice intersezione tra territorio e modello capitalistico”, osserva Gabriele Barbaresco, direttore dell’Area Studi Mediobanca. “È una tendenza – aggiunge – che merita di essere sostenuta dal decisore pubblico e dagli attori del mercato finanziario”.

Il capitale umano

Il fronte più delicato riguarda il capitale umano. Tra il 2014 e il 2023 l’occupazione nelle mid-cap meridionali è cresciuta del 34,5%, più che nel resto del Paese, e ha continuato ad aumentare nel 2024. Tuttavia, tre imprese su quattro denunciano difficoltà nel reperire competenze adeguate, soprattutto tecnico-specialistiche, STEM e green. Per il 23,2% delle aziende lo skill mismatch frena la crescita.

Le imprese reagiscono investendo in formazione continua e automazione, ma il sistema formativo fatica a tenere il passo. A questo si aggiunge una pressione fiscale più elevata rispetto al Centro-Nord, che nel lungo periodo ha sottratto risorse per circa 230 milioni di euro.

Nonostante questi vincoli, le medie imprese del Sud aumentano dimensione, investimenti tecnologici e sviluppo di nuovi prodotti. Quattro su dieci si dichiarano pronte a crescere anche in termini dimensionali. Il capitalismo familiare industriale mostra resilienza e visione. Michele Somma, presidente della Camera di commercio della Basilicata, parla di imprese “pronte alle sfide globali”, capaci di affrontare transizioni e mercati senza rinunciare al radicamento territoriale.

Il Mezzogiorno, insomma, oggi non chiede più semplicemente di recuperare terreno, ma innanzitutto di non sprecarlo. I prossimi mesi ci diranno se il sistema Paese saprà riconoscere questa spinta e trasformarla in crescita duratura.

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