Giorgetti rassicura Siena, il Cda di piazza Meda gela Lovaglio: "Offerta non concordata"
Alla fine della fiera Mps, la richiesta che gli enti locali hanno presentato al Mef è stata più prevedibile del ritorno del caldo record d’agosto. Giorgetti, ha detto Eugenio Giani, presidente della Regione Toscana, eviti di vendere il 4,8 per cento delle azioni che ancora detiene il Ministero nel capitale sociale del Monte dei Paschi.
Il Mef non cede le quote in Mps
Il perché, ormai, lo sappiamo. Il come, però, rimane comunque un mezzo mistero. Perché delle due l’una: o lo Stato deve continuare a tenerci un piedino (col 5%, in Mps, il Mef conta poco se non quando il gioco si fa duro e Intesa inizia a offrire bei soldoni per le azioni) oppure si lascia fare al mercato. Sappiamo, fin troppo bene, la strada che ci indicano i tempi moderni. La Cina ha aperto, anzi in un certo senso ha stracciato il velo di ipocrisia in tal senso. Ci avevano illuso, negli anni ’90, che le privatizzazioni fossero la base della prosperità e oggi ci ritroviamo con gli Stati Uniti, addirittura loro, che investono come Stato negli attori economici. Vabbé.
Le richieste della politica
Senza scomodare la geopolitica, che è già bollente di per sé, né pensose analisi che pure potrebbero starci bene, il tema di fondo è che il Mef non deve vendere le azioni Mps. Deve restare lì dov’è. A tener botta e, magari, a giocarsi la carta della golden power se Intesa finisse per smantellare l’integrità territoriale del Monte. Su questo, almeno, Giani è stato meno categorico: “Gli strumenti li vediamo sul tavolo, strada facendo”. Ecco, non è il caso di giocarsi da subito l’asso pigliatutto fin dalle primissime mani del risiko. Che assomiglia, ogni giorno che passa, più a un poker bancario. Ciò non vuol dire, però, che il governatore toscano non sia abbastanza risoluto, tutt’altro.
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Le rassicurazioni di Giorgetti
“Dobbiamo liberare il Monte dei Paschi da tutto ciò che può stimolare i pesci grandi a farsene un boccone, come fece Unicredit quando voleva incorporare la Banca”. Ha detto da Firenze proprio mentre stava per partire alla volta di Roma. Giorgetti, che è uomo di mondo e sa come gira il globo (oggi più che mai), ha rassicurato Giani. Che, subito dopo il summit, ha svelato di aver ricevuto dal ministro rassicurazioni sul fatto che il Mef non avrebbe alcuna intenzione di cedere la sua quota. “Ho trovato il ministro disponibile a ragionare – ha dichiarato il governatore – questo lo interpreto come una condivisione di un’azione di governo che tenda al mantenimento dell’integrità nelle soluzioni che potranno emergere nelle fasi e nei passaggi successivi, consideriamo anche che c’è l’iter, che dovrà seguire profili tecnici, prima di una pronuncia di governo per la Golden Power”. Ecco, appunto.
Intanto una prima risposta all’attivismo della politica locale è arrivata dagli advisor di mercato. Prima Iss, poi Glass Lewis ha raccomandato l’aumento di capitale necessario ai soci di Intesa. In vista dell’assemblea in programma il 10 settembre prossimo, per procedere nella marcia su Rocca Salimbeni. E, contestualmente, ha rilevato che il Triplice piano di Lovaglio può far non far avverare alcune condizioni di efficacia dell’offerta, a cui però Cà del Suss non è legata in maniera perentoria. In mezzo c’è Lazard. A cui Delfin ha dato mandato di valutare entrambe le strategie, quella di Intesa Sanpaolo e il piano Lovaglio, per poi decidere. Se il mercato non dà soddisfazioni a Giani, ci pensa Giorgetti.
I sogni di Salvini
Intanto, il vicepremier Matteo Salvini s’era preso in mattinata la briga di dir la sua sulla faccenda di Mps. “Avendo contribuito al salvataggio di Mps, che era stata devastata dalle sinistre, mi piacerebbe che fosse promotrice-aggregatrice di un terzo polo bancario che sia il polo delle piccole medie imprese, degli sportelli territoriali che possa fare concorrenza, con obiettivi e clienti diversi, a Unicredit e a Intesa”. Per questo, ha detto il capo della Lega “la proposta di Luigi Lovaglio è molto interessante”. Occorrerà capire se la reputeranno tale pure gli azionisti del Monte che si riuniranno in assemblea a ottobre. E che dovranno tributare a Lovaglio una maggioranza (quasi) da riforma costituzionale: due terzi del capitale presente (e votante). Si capisce, a questo punto, che una mano d’aiuto dal Mef potrebbe risultare preziosa senza, per questo, dover chiedere fin da subito al ministro Giancarlo Giorgetti. Già finito suo malgrado al centro delle polemiche per altre operazioni del risiko bancario, di premere il tastino rosso della golden power.
Bpm respinge l’offerta e passa avanti
Ma c’è pure un altro attore, anzi almeno altri due, con cui la proposta di Luigi Lovaglio ammirata da Salvini e le ambizioni di Mps debbono pur fare i conti. Le dirette interessate e cioè Banco Bpm e Banca Generali. Il Leone riunirà “in settimana” il consiglio d’amministrazione per ragionare attorno all’opzione senese. Il board di piazza Meda, invece, s’è riunito ieri. Sorprendendo pure alcuni dei suoi membri in vacanza dato che è stato necessario garantire collegamenti da remoto. Potenza dello smartworking. La riunione è durata poco. Il tempo di formalizzare l’unanimità sul no alla proposta da Siena bollata come “né concordata né sollecitata”. Il Cda inoltre e “ha rilevato che l’offerta, che per sua natura rappresenta un’operazione strutturalmente diversa da quella proposta da Banco Bpm a Mps con la lettera del 7 giugno 2026 in quanto si configura come un’acquisizione, non una fusione tra le due banche, non presenta un premio per gli azionisti di Banco Bpm”.