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Economia

A Milano i contratti di lavoro durano due giorni

I numeri choc del report Cgil. Il caso Sardegna. Lo sfruttamento dell'algoritmo sull'uomo

di Cristiana Flaminio -


Milano, quanto lavoro c’è da fare. Altro che capitale morale d’Italia. Se la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, Milano poggia sul precariato. Anzi, no. Perché è ancora poco parlare di precariato se, come si evince dal dossier Milano della Cgil, aumentano i contratti a tempo e più di 30mila rapporti di lavoro non sono superiori alle 48 ore.

A Milano, il lavoro dura (fin troppo) poco

I numeri pubblicati dalla Confederazione generale del Lavoro sono imbarazzanti. Nel primo trimestre di quest’anno, tra i mesi di gennaio e marzo del 2026, i contratti brevi sono saliti del 31 per cento rispetto all’anno precedente. Erano poco più di 73mila (per la precisione 73.446), hanno scavallato addirittura i 96mila (anzi, si attestano a 96.591). Ma non basta. Perché c’è un’altra dinamica altamente inquietante per ciò che attiene al mercato del lavoro. Poco meno di 30mila contratti registrati tra gennaio e marzo di quest’anno, infatti, hanno una durata massima di due giorni. Sì, avete letto bene: quarantotto ore di lavoro. E poi arrivederci e grazie. O, nel migliore dei casi, il rinnovo. Chissà, magari per altre 48 ore o forse per una settimana. Si capisce, dunque, che siamo ben oltre il precariato così. Siamo arrivati oltre alla retorica del “lavoretto” come hobby, come weekend da passare in un modo diverso. Come se il lavoro fosse un passatempo e non un preciso valore costituzione e democratico.

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In calo gli indeterminati, volano i rapporti di somministrazione

Altro che capitale morale. A Milano il mercato del lavoro è in rallentamento. I dati che davvero contano, ossia quelli relativi ai passaggi dal contratto a tempo determinato a indeterminato sono sempre di meno. Nel trimestre, sono scesi addirittura del 5 per cento. Gli upgrade, che erano stati poco più di 20mila, si sono ristretti e adesso i contratti rinnovati a tempo indeterminato non sono che 19.230. Vola, contestualmente, il lavoro per somministrazione. Ciò significa che si viene chiamati a lavorare quando c’è bisogno. E, dunque, i dipendenti inquadrati con questo genere di rapporto finiscono per subire una sorta di part-time involontario. Che si traduce in paghe basse, sempre più esigue e con una frammentazione che inizia a fare (ancora più) paura. Insomma, c’è tanto da fare. E non è solo Milano il problema. Anzi, la capitale morale del Paese è solo la punta dell’iceberg di un sistema lavoro che rischia di incepparsi.

Il caso in Sardegna

Succede anche in Sardegna. E accade adesso che, con l’arrivo dell’estate, siamo in piena stagione turistica. La denuncia, stavolta, è della Uil. Che si è rivolta proprio alla Regione per denunciare l’aumento, fin troppo rilevante, di contratti stagionali. A tempo determinato, intermittenti e, va da sé, al regime della somministrazione. La richiesta del sindacato è quella di “un Osservatorio permanente sui lavoratori fantasma, con una pubblicazione trimestrale dei dati sui precari nei diversi comparti: dalla sanità al turismo, dai call center alla metalmeccanica, dal commercio all’agricoltura, dall’edilizia all’industria e ai servizi”.

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Lo sfruttamento dell’algoritmo sull’uomo

In questo scenario, chiaramente, non potevano mancare nemmeno le “solite” piattaforme. A Pesaro, che non è Milano, s’è verificato un fatto che ha scatenato la rabbia dei sindacati e degli stessi rider. Già, perché ben 200 rider s’erano sconnessi dalla piattaforma per inscenare uno sciopero di due ore. L’algoritmo ha reagito subito: le paghe, come hanno denunciato Nidil e Filt Cgil, si sono subito impennate. Passando da tre euro a ben 17 euro a consegna. Non erano mai state così alte. Quando, poi, i lavoratori si sono riconnessi, il “premio” (perché parlare di stipendio, salario e di retribuzione sarebbe francamente fuorviante) è sceso di nuovo ai livelli minimi. Cosa, questa, che ha convinto i lavoratori a denunciare che la Gig Economy si regge sullo sfruttamento dell’algoritmo sull’uomo.

Ma di lavoro si continua a morire

E di lavoro, però, si continua a morire. Domenica è toccato a un 19enne di origini rumene a Stagno Lombardo nel Cremonese. Il ragazzo, che abitava in provincia di Piacenza, era uno dei “pendolari” della raccolta di pomodori nelle campagne tra la Lombardia e l’Emilia. Un colpo di calore, i soccorsi purtroppo inutili. Un’altra giovane vita spezzata. Mentre poco più in là, a 110 chilometri, ci si alambicca a trovare metodi e strategie che finiscono solo per umiliare i lavoratori senza aumentare di un solo decimo percentuale la produttività. Il vero nodo del Paese è proprio questo. Se si continua così, non si esce dalla spirale che l’Italia ha imboccato negli ultimi anni. Il precariato è sia la causa che l’effetto di un tessuto economico e imprenditoriale che sembra aver smarrito la sua funzione sociale. E una Repubblica che si fonda sul lavoro, come dice la sua Costituzione, non può continuare a restarsene a guardare.


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