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Attualità

Nel “mercato dei dati” di Napoli molte “divise sporche”

Nel "mosaico" anche Giuliano Schiano, già comparso nell'inchiesta Equalize di Milano

di Angelo Vitale -


Nell’inchiesta della Procura di Napoli sul mercato illegale di dati sensibili emerge un sistema che, secondo l’impianto accusatorio, non si reggeva soltanto su funzionari amministrativi infedeli o intermediari privati, ma anche su un livello più delicato: quello delle cosiddette “divise sporche”.

A Napoli “divise sporche”

Un’espressione che, negli atti e nelle ricostruzioni investigative, richiama gli appartenenti alle forze dell’ordine che avevano accesso diretto alle banche dati istituzionali, trasformando quella disponibilità in una risorsa monetizzabile, da 6 a 25 euro l’una. Una filiera in grado di alimentare dall’interno il circuito delle informazioni riservate.

Tra le figure richiamate nel quadro investigativo emergono un sostituto commissario di polizia (con suo figlio addetto a tenere i rapporti tra gli agenti “corrotti”), alcuni vice ispettori e un comandante di stazione dei carabinieri. Tutti indicati come soggetti che, a vario titolo, contribuivano alla circolazione di dati estratti da sistemi informatici delle forze dell’ordine o da archivi collegati. Un livello operativo che, secondo gli inquirenti, rendeva possibile la continuità del flusso informativo verso l’esterno.

Anche Schiano nel “mosaico”

Nel mosaico investigativo delle “divise sporche” compare anche un nome già emerso in altri filoni: quello di Giuliano Schiano. All’epoca appuntato della Guardia di Finanza in servizio presso la Dia di Lecce, già comparso nell’inchiesta Equalize di Milano. Un elemento che, se confermato nelle sue connessioni, colloca la vicenda napoletana all’interno di un quadro più ampio di accessi illeciti e circuiti paralleli di acquisizione dati.

La rete

Secondo l’ipotesi accusatoria, queste presenze non costituivano episodi isolati, ma punti di contatto stabili tra apparati pubblici e la rete di intermediazione privata. Nell’ordinanza centinaia di screenshot che trasformavano informazioni riservate in un prodotto economico. Venduto a società investigative, recupero crediti e altri soggetti interessati.

Il dato più rilevante, in questa fase, non solo il numero degli indagati, ma la struttura che l’inchiesta lascia intravedere. Una catena in cui l’accesso alla banca dati non era un’eccezione, ma un servizio acquistabile, garantito anche attraverso canali interni alle istituzioni.

“Divise sporche” che si incontravano fuori degli uffici pubblici in cui operavano. A loro carico il sequestro di apparecchiature di custodia dei dati, al ci interno c’erano decine e decine di file a comprova dell’esfiltrazione illecita dei dati.


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