L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Il Papa e la lezione del lavoro al tempo del reddito

Il monito del Pontefice, perché la ricchezza bisogna redistribuirla con il salario

di Maria Graziosi -


C’è rimasto solo il Papa. E non è poco, sia chiaro. Ma è solo la voce di Leone XIV a stagliarsi libera, a ricordare al mondo – soprattutto all’Occidente che ormai è in completa crisi d’identità – che l’economia, da sola, non basta. La ricchezza, se non è condivisa, non serve a granché. E che il lavoro, strumento decisivo proprio per la redistribuzione della ricchezza, è il grande tema di questi anni. Così come lo è sempre stato, anche se ci siamo voluti illudere che il ‘900 fosse finito e che Charles Dickens fosse (solo) un interessante romanziere inglese. Papa Leone è tornato a ripetere, all’udienza generale tenutasi ieri, che “il cuore dell’economia è il lavoro” e che “attraverso di esso l’uomo si sviluppa come persona, provvede alle necessità familiari, esprime il proprio talento, partecipa alla vita sociale”.

Il Papa e il monito sul lavoro

Perciò, ci ha ripetuto il Sommo Pontefice, “non sono accettabili la disoccupazione, lo sfruttamento e le condizioni di lavoro che mettono in pericolo la salute e la vita stessa”. Sembra un richiamo che sarebbe stato meglio in bocca al suo illustre predecessore omonimo, il cardinal Pecci, che governò Santa Romana Chiesa tra la fine dell’800 e l’inizio del Novecento. Un’epoca che ci pare lontanissima, superata. E che, però, tale evidentemente non lo è. Innanzitutto perché, di proletari, non ne esistono più: a quei tempi ancora si facevano figli, oggi manco quello.

Come siamo diventati

Non è questione di lotta di classe, e ci mancherebbe pure questa. È che, però, l’irruzione sulla scena dei grandi colossi digitali ha completamente cambiato il lavoro così come lo conoscevamo. O, per dirla meglio, ha accelerato quell’orientamento che già si andava imponendo all’inizio del Terzo Millennio. Con la scusa del “mercato del lavoro” e il miraggio delle migliori opportunità. Il risultato è stato che, a forza di accorciare le spese e allargare i dividendi, a furia di risparmiare sul costo del lavoro (in Italia, di questo, ne abbiamo fatto un’autentica specialità della casa per “migliorare la competitività” internazionale) abbiamo finito per costruire un mondo in cui frotte di rider ci consegnano cibo a condizioni improponibili e gli stipendi degli altri restano bassi, i ragazzi emigrano non appena si son laureati e chi resta si ritrova a lavorare con l’incubo che domattina a qualche manager possa venir la fregola di sostituire tutti con l’intelligenza artificiale. Che è, ribadiamolo sempre, una tecnologia e come tale neutra. Se la usi per aumentare la produttività in modo intelligente, è ottima. Se la utilizzi per ricattare i lavoratori al ribasso o per sostituirli con il miraggio di regalare un dividendo più ricco agli azionisti, è pessima.

L’ascensore sociale s’è rotto e a votare non ci va più nessuno

Il risultato di ciò che viviamo lo ha fotografato bene il filosofo sudcoreano Byung Chul-Han: “La società del XXI secolo ha prodotto depressi e falliti”. Perché ha cambiato retorica: ha sostituito il dovere con la speranza, il lavoro con la voglia di primeggiare, di imporsi sugli altri. Ma “l’eccesso di lavoro e di rendimento si intensifica e si trasforma in autosfruttamento”. Col risultato che si lavora di più, si guadagna quel che si porta a casa perché intanto l’ascensore sociale da mo’ s’è bloccato e ci si sente bocciati e insoddisfatti. Non chiediamoci perché, dunque, le istituzioni tradizionali sono in crisi a cominciare dallo Stato, e perché non va più a votare nessuno.

L’uomo al centro

Papa Leone ci ha ricordato che l’uomo deve essere il centro dell’economia. Lo dice pure la Costituzione, troppo citata e poco applicata specialmente da quei parrucconi che la nominano ogni due per tre. Altrimenti, tutto diventa un’astrusità insensibile e senza senso. Senza il lavoro, non c’è possibilità di sviluppo. Soprattutto non c’è un modo diverso per redistribuire la ricchezza (e davvero mettere su quella competizione positiva che è il sale del sistema liberale) che è il senso, finale, dell’economia stessa, altro che mancette e redditi universali, teorizzati proprio (chissà perché…) dal quel tecnopaperone di Elon Musk.

LEGGI TUTTE LE NEWS DI ECONOMIA


Torna alle notizie in home