Pedro Sánchez e l’utopia dei confini aperti: l’Europa affonda nell’immigrazionismo e l’Italia rispolvera Schengen
L'utopia dei confini aperti. Sánchez accetta la Spagna, e l'Europa, nel caos.
C’è un lungo filo rosso che lega le spiagge invase di Ceuta, le tensioni crescenti nelle periferie delle nostre città e la miopia politica di chi, da anni, governa l’Europa con la testa infilata sottoterra, emulando uno struzzo.
Quel filo si chiama immigrazionismo ideologico, una dottrina buonista e suicida che ha trasformato il Vecchio Continente in una terra di nessuno. Di fronte alle immagini impressionanti che arrivano dalla Spagna e alla mossa drastica con cui l’Italia valuta la sospensione del trattato di Schengen per blindare i propri confini, è tempo di chiamare le cose con il loro nome. Questa non è un’emergenza fortuita, è il fallimento conclamato di un modello. Ed è il frutto marcio delle politiche scellerate del premier spagnolo Pedro Sánchez.
La colpa politica e morale del leader socialista è assoluta e innegabile.
Propinare costantemente ai disperati del Nord Africa che l’Europa è un El dorado a porte aperte, un luna park dove basta mettere piede per veder sanata la propria posizione, significa compiere un crimine politico prima ancora che sociale. Le promesse di regolarizzazioni di massa, i decreti calati dall’alto e la retorica buonista del porto sicuro lanciate da Madrid non sono aperture umanitarie; sono pura benzina su di un fuoco già preoccupante.
Hanno offerto esattamente l’assist che i trafficanti di esseri umani stavano aspettando, scatenando ondate di partenze e mettendo in moto carovane di disperati.
La responsabilità di Pedro Sánchez e l’equivoco della sinistra
Sánchez si porta sulle spalle una responsabilità morale pesantissima. È colui che ha dato il via libera ideale e materiale a queste orde, caricandosi sulla coscienza il dramma dei morti in mare, illusi da una propaganda spietata, e il subbuglio totale in cui sta precipitando non solo la Spagna, ma l’intera Unione Europea. Il suo è stato un atto di puro bullismo istituzionale verso i partner comunitari, un egoismo smisurato che calpesta la sicurezza condivisa per fare propaganda nei salotti buoni del progressismo internazionale.
Il problema strutturale, tuttavia, affonda le radici in un equivoco storico che la sinistra continentale porta avanti da decenni. Ci hanno raccontato la favola consolatoria secondo cui l’Europa, in quanto continente che invecchia, avrebbe un bisogno, per sopravvivere, dell’ausilio di un’immigrazione incontrollata.
Una narrazione falsa e pericolosa, che ignora colpevolmente i profondi problemi sociali, i conflitti identitari e le tensioni esplosive che l’assenza totale di governo dei flussi sta generando. Si è pensato di poter gestire la demografia come si gestisce un bilancio contabile, coccolando le nuove comunità unicamente nella speranza cinica di trasformarla in futuri bacini elettorali per blocchi di potere in decadenza.
Le politiche dei popoli, e questo è il grande insegnamento che la sinistra rifiuta di accettare, non si fanno guardando esclusivamente ai grafici dei mercati o alle esigenze a breve termine di un Pil malato. I mercati possono anche essere una componente per sostenere l’economia reale, ma la politica alta ha il dovere primario di preservare il collante sociale, la coesione culturale e la sicurezza delle nazioni. Distruggere questo tessuto connettivo sull’altare di un universalismo astratto significa minare le fondamenta stesse del patto sociale nazionale.
Il modello spagnolo e la rottura dell’Italia su Schengen
Oggi il modello spagnolo fa acqua da tutte le parti e la propaganda si scontra con la realtà di un Paese sotto scacco. L’iniziativa dell’Italia di rimettere in discussione Schengen non è soltanto una mossa di difesa legittima, ma un segnale politico di rottura contro chi ha scambiato la sicurezza dei confini per un’opinione negoziabile.
Chi semina illusioni, decanta demagogicamente il miraggio di un’oasi inesistente e spalanca le porte al caos, si assuma fino in fondo il peso storico della responsabilità del proprio tradimento.
Il Paese di Bengodi non esiste e l’Europa non può più permettersi di pagare il conto delle utopie dei tanti, troppi, Sánchez che abbiamo.
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