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Per salvare l’ex Ilva servirebbe qualcosa di nuovo, anzi di antico

Il futuro dell'acciaieria in bilico: è arrivato il momento del coraggio, lo Stato torni protagonista in economia

di Cristiana Flaminio -


L’ex Ilva deve chiudere. L’unica cosa su cui sono tutti d’accordo è la convocazione a Palazzo Chigi. Bisogna incontrarsi tutti: governo, aziende e parti sociali, per capire quale dovrà essere il futuro dell’acciaio italiano. Innegabile notare come si sia passati dai proclami di sovranità e produzione nazionale, eccellenze e ripresa alla mesta, mestissima, fine che verrebbe decretata con lo spegnimento dei forni dell’area a caldo. Le offerte italiane sono arrivate, è vero. Ma riguardano l’area a freddo. Sembra, con tutto il rispetto per le autorità manageriali, confindustriali, economiche, industriali, politiche, militari e religiose di questo Paese, un accrocchio che tenta di mettere insieme la capra del non volersi imbarcare in un’avventura che costerebbe tanti soldini e il cavolo dell’opinione pubblica (e della politica) che attende un cenno di buona volontà dal mondo dell’impresa italiana. Son tempi che richiedono coraggio e visione. Ci vuole un cambiamento, occorre una novità. Anzi, no. Sarebbe più facile (ancora) tornare all’antico.

Ex Ilva, un simbolo e un ritorno

Con l’Opas di Poste ormai a un passo dal compiersi, Tim tornerà in mano pubblica. È un simbolo, potente, della fine di una stagione di privatizzazioni. Che hanno coinvolto, praticamente distruggendola, la siderurgia italiana. Perché Taranto è solo l’ultima casella, la punta di un iceberg immenso. C’era l’acciaio a Terni, ora non c’è più. C’era a Bagnoli, adesso si parla solo di bonifica e pur di dare un senso a un’area immensa che un senso (ancora) non ce l’ha si son ritrovati (per fortuna) a fare la Coppa America di vela. C’è un Paese, l’Italia, che una volta era davvero leader nel settore. E che è stato (anche) grazie a questo se ha potuto vivere una stagione di sviluppo, nel dopoguerra, eccezionale. L’automotive che ha trascinato il Paese fuori dalle macerie del conflitto si basava, naturalmente, sulla produzione nazionale di metalli e di acciaio. Lo Stato, che aveva individuato (giustamente) come strategica la sua presenza nell’economia, garantiva rifornimenti, produzione e sovranità.

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Smantella oggi, dismetti domani: il deserto industriale

Oggi, dopo due o tre decenni passati a smantellare tutto in nome del dio mercato e del privato, il mondo ha capito che bisogna fare un passo indietro. Se non altro, perché altrimenti non ci può essere nessuna partita contro il colosso cinese. L’Europa, però, da questo orecchio non ci sente. S’è fondata, ideologicamente, sulla “fine della storia” profetizzata dopo la caduta del muro di Berlino. E no, non si può nemmeno immaginare un ritorno dell’Iri. O della (vecchia) Cassa del Mezzogiorno. Istituti tanto vituperati che oggi si prendono una rivincita storica. E su cui Bruxelles ha sfruttato, per anni, la grancassa stonata del masochismo nazionale.  

Una soluzione che è in Costituzione

Adesso, però, occorre far presto. Trovare una soluzione. Trovare, ecco, il coraggio che manca. L’Italia del boom s’è retta sul coraggio di chi, dopo la guerra e le sue privazioni, ha deciso di voler cambiare vita, con la consapevolezza di poterlo fare. Oggi, invece, ciò che resta dell’industria e della produzione finisce a delocalizzarsi. O se la pappano i fondi finanziari. Quando si parla di soldi, non si può competere con chi del denaro ha fatto una questione di vita o di morte. C’è stata, poi, la grande stagione dei marchi stranieri. Hanno fatto letteralmente delle imprese nel nostro Paese, promettendo mari e monti. Troppe volte è finita con l’acquisizione del know-how e la delocalizzazione. Cornuti e mazziati. È una questione seria, quella dell’ex Ilva. Che non è filosofica e culturale. È strategica. Lo Stato, se vuole che l’Italia riprenda coraggio, deve dimostrarne per primo. Riprendere in mano il senso che ha di sé e indirizzare chiaramente la strategia.

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Serve il coraggio

Se, ormai, abbiamo capito che non vivremo di turismo, è giunta l’ora di smetterla coi finanziamenti miopi, coi bar a fondo perduto. Certo, c’è lo scoglio Ue e le sue normative sugli aiuti di Stato. E nemmeno si può fare troppo affidamento solo sui privati, per quanto grandi essi siano. A Termoli doveva sorgere una tra le più grandi fabbriche europee di batterie per auto. Non se ne farà più nulla. Perché le aziende private scelgono, liberamente, dove andare a investire. Come Intel che, prima ha promesso mari e monti all’Europa mettendo gli Stati membri l’uno contro l’altro e i territori interni dei Paesi a combattere tra di loro. Poi è bastato il fischio di Biden (è stato lui a lanciare il reshoring Usa, Trump sta solo proseguendo rumorosamente una politica industriale già avviata da tempo) per far saltare tutto. Ecco, la politica è qui che dovrà dimostrare il suo coraggio. E la sua volontà di rispettare, davvero, la Costituzione che impone allo Stato di farsi attore (anche) protagonista dell’economia. Senza, va da sé, scadere nello statalismo e nemmeno in tutti quei problemi che hanno dato voce al fiato (corto) di chi ci porta, oggi, sull’orlo del deserto industriale. Altrimenti rassegniamoci alla bomba sociale, sperando che basterà scannarsi (via social, ovvio) su Lavitola, Vannacci e Ranucci.


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