E mentre l'Opec lascia invariata la produzione, i consumatori si preparano alla stangata
Caro petrolio. Non c’è manco più da scomodare la teoria dell’effetto farfalla. Un missile (altro che battito d’ali!) che si abbatte su un impianto di Aramco in Arabia Saudita scatena uno tsunami alla pompa di benzina sotto casa. Che pagheremo sin da subito. E il perché lo abbiamo imparato fin troppo bene in questi mesi convulsi, non c’è bisogno di ricordarci la teoria (un’altra…) dei razzi e delle piume che ispirerebbero l’andamento dei prezzi (specialmente) nel mercato energetico.
Petrolio tra missili e produzione bloccata
Quasi a rispondere all’immobilismo dell’Opec+, che ha deciso di non aumentare le quote di produzione per tutto il mese di settembre, da Teheran è partito un attacco che ha colpito, per la seconda volta in un mese, la raffineria Aramco di Jizan, a un tiro di schioppo dallo Yemen. L’attacco ha praticamente “giustificato” fin da subito un poderoso aumento delle quotazioni del petrolio greggio. Il prezzo ha immediatamente dribblato la soglia dei 97 dollari al barile, sulla quale stava cincischiando, lanciandosi minacciosamente oltre. La soglia, nemmeno più psicologica, dei cento dollari è sempre più vicina. Anche perché, nel frattempo, l’Iran ha deciso di affondare la Sidr, una vera e propria superpetroliera, mentre si accingeva ad attraversare lo Stretto di Hormuz senza, evidentemente, averne chiesto il permesso agli ayatollah. L’Oman ha affermato di aver tratto in salvo 16 marinai. Ma è evidente che la situazione, sui mercati, ha scatenato l’ennesima corsa al rialzo.
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Il nodo delle raffinerie
Prezzi più alti, produzione che non aumenterà dal momento che i signori dell’Opec, con Riyadh in testa, hanno deciso di non spremere ulteriormente il sottosuolo e non rilasceranno un solo barile di petrolio in più, almeno fino all’inizio di ottobre prossimo quando è in programma una nuova riunione. Ma l’altro (gravissimo) problema scatenato dall’attacco iraniano a Jizan riguarda il fatto che, a finire bersaglio dei missili, sia stata una raffineria. Eccolo, il nodo dell’Europa. Con l’Ucraina che bombarda quelle russe e gli impianti sauditi colpiti dall’Iran, la situazione per Bruxelles (che negli anni ha deciso di disfarsi delle sue infrastrutture per inseguire il sogno green) si fa difficile. Un missile che si abbatte sul confine tra Arabia Saudita e Yemen può causare uno tsunami a Voghera. Ma pure a Roma, a Milano, a Canicattì. Perché i costi saliranno (razzi – non per forza quelli di Teheran – e piume) e le famiglie (anche) italiane pagheranno lo scotto.
In Italia si riapre il dibattito sulla produzione interna
Le mattane della speculazione internazionale, però, hanno avuto un merito. Almeno in Italia. Dove è emersa la necessità di rimettere mano alla produzione nazionale di materia prima energetica. Lo ha detto Meloni, nel fine settimana a Bari, naturalmente le si è scatenata contro l’opposizione capitanata, sul lato sociale, dalla Cgil e su quello politico dal Movimento Cinque Stelle. Il centro del dibattito è la Basilicata. La sinistra (e il sindacato) preferiscono un piano di sviluppo. Meloni, però, è decisa: “Non ha senso comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata”. Non ditelo, per carità, all’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi che, in occasione del Gran Premio di Formula 1 vinto da Kimi Antonelli a Monza, ha rafforzato l’intesa con gli indonesiani di Petronas. Stavolta sulle bio-benzine. Ma il vero core business di quest’alleanza, è chiaro da mesi, è quello di sfruttare le immense riserve oil & gas tra l’arcipelago indonesiano e la Malesia.
Quando la Croazia ci fregò col gas
Tuttavia, il discorso di Meloni non fa una grinza. Perché parte da un dato di realtà: “Abbiamo protetto questa nazione il più possibile dall’impennata del costo dell’energia, ma adesso – ha aggiunto – vogliamo che l’energia che serve all’Italia si produca il più possibile in Italia”. Ricorda, la premier, il trambusto che ci fu quando, dopo aver chiuso Tap e ogni speranza di trivellare nell’Adriatico, si scoprì che la Croazia si ciucciava il gas a cui noialtri, per ragioni ideologico-ambientali, avevamo rinunciando. È evidente che a Zagabria si siano fatti meno scrupoli per la sorte dei ghiacciai di quanti non continui a farsene l’onnipresente Angelo Bonelli.
E intanto blocchiamo gli Euro5
All’epoca non solo non ci guadagnammo nulla, ci sorbimmo (e ci sorbiamo ancora) pure gli effetti della trivellazione (altrui). La seconda parte del ragionamento della presidente del consiglio è un non detto. Sì, occorrono più trivelle in Italia. Ma pure c’è bisogno di riaprire tante raffinerie. E qui, forse anche più che nello sganciare extraprofitti, verrebbe utile il rapporto con Eni e con le altre compagnie petrolifere che operano in Italia. Estrarre petrolio in Italia e mandarlo a raffinare chissà dove non ha granché senso. C’è, però, un ostacolo grande: l’Unione europea e i suoi diktat. In ossequio ai quali, già dal 1° ottobre prossimo, scatterà in gran parte del Nord del Paese (dal Piemonte fino all’Emilia Romagna passando per la Lombardia) lo stop alla circolazione per auto e veicoli alimentati a diesel e con un motore classificato come Euro5.