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Più piccoli, più cari: con l’estate torna il gelato-gate

I prezzi schizzano, i coni (e non solo) si rimpiccioliscono

di Giovanni Vasso -


Poi dice che d’estate uno si fa pigliare dal caldo, dalla voglia di dolce e di gelato, dalla nostalgia. Ah, quelle giornate lunghe e assolate. Afose ma non così calde. Il meriggiare era tutt’altro che pallido e assorto, se ne faccia una ragione il genio inarrivabile di Montale. C’era il mare, c’erano le spiagge, c’era la rotonda. E c’era il gelato. Ecco. Erano meglio i gelati di una volta. La nostalgia ce lo sussurra, il portafogli ce lo conferma. Forse proprio più buoni no, sicuramente erano più grandi e meno cari.

Più piccoli e più cari: il gelato si fa amaro

L’estate è arrivata e pure quest’anno s’è portata dietro il gelato-gate. Gustare un cono sta diventando un lusso, scucchiaiare una coppa è roba da ricchi, un biscotto ha lo stesso sapore di un flute di champagne in Costa Azzurra. I dati di Altroconsumo ci spiegano, coi numeri, ciò che l’esperienza ci aveva già fatto notare. Le aziende produttrici di gelati industriali hanno diminuito la quantità di prodotto venduto aumentando, contestualmente, il prezzo ai consumatori. In cinque anni, secondo l’analisi dei consumatori, il costo finale è salito addirittura del 40% sui gelati singoli. Ma la stangata, se si fa riferimento al prezzo al chilo (che poi rimane il parametro affidabile per fare il punto su rincari e aumenti), sarebbe ancora maggiore e raggiungerebbe addirittura il 75%. Sempre che non si decida di acquistare il gelato in quei lidi che, da anni e seguendo la logica alla base del marketing delle stazioni autostradali, correggono (al rialzo) le iconiche tabelle pubblicitarie di lamiera coi prezzi finali.

Tutti i numeri di Altroconsumo

Al netto dei rincari della rotonda, Altroconsumo snocciola le cifre degli aumenti. Il Cono Esselunga è aumentato del 20% al chilo e quello Coop del 27%. Percentuali già altine. Che vengono superate dai concorrenti. Il Cinque Stelle Sammontana, infatti, rincarerebbe del 43% e il Cornetto Algida quasi del 60%. Tra gli stecchi ricoperti, spiegano i consumatori, a parità di formato e porzione, quelli Valsoia sono aumentati dell’11%, quelli Conad del 35%, i Gruvi Sammontana del 41%, Eurospin del 50% e Nuii ben il 75%. Quello che sfugge agli analisti è la ragione dietro questi aumenti così vistosi e, soprattutto, disomogenei. Certo, c’è la crisi. Ma è strano, anzi “poco chiaro” perché dal 2021 a oggi alcuni gelati siano arrivati a costare fino al 70% in più, segnando rincari di gran lunga superiori a quelli dell’inflazione.

La shrinklation ci squaglia il cono

Ma mentre i prezzi s’infiammano, le macchine, nei laboratori e nei siti di produzione, venivano tarate per produrre gelati più piccoli. In alcuni casi, la “perdita” di peso avrebbe interessato fino al 10% del prodotto. Insomma, l’affare perfetto: ci danno meno e chi chiedono (molto) di più. Si chiama shrinkflation, con il solito eufemismo anglofono. In pratica è un fenomeno che interessa gran parte dei prodotti in vendita presso la grande distribuzione (e non solo alimentari). Non è certo una novità, purtroppo è diventata una spiacevole consuetudine per (almeno) il 73 per cento degli italiani. Che ritengono questa pratica, come riporta un’indagine dell’Osservatorio Pro Carton, poco trasparente. Al punto da indurre il 30% degli intervistati a cambiare brand o, addirittura, a non comprare più quel prodotto (20%). La verità è che, almeno al supermercato, i cittadini sono costretti a farsi venire l’astenopia a cercare e leggere i prezzi al chilo dei prodotti per evitare di cadere nei tranelli del marketing. Più piccoli e più cari. Non erano migliori né più buoni, sicuramente però i gelati di una volta erano più grandi e meno costosi. E poi dice che uno, d’estate, si fa pigliare dalla nostalgia.


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