Il clandestino in busta paga
C’è un clandestino che attraversa ogni mese le frontiere italiane senza documenti, senza barcone e senza disturbare Frontex. Entra nella busta paga. Si chiama perdita del potere d’acquisto. È discreto, non occupa stazioni e non costringe nessuno a chiedere al ministro Piantedosi di convocare il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Arriva verso il 27, prende una parte dello stipendio e se ne va. Colpisce anche i comparti che hanno già rinnovato i contratti, personale della Polizia di Stato e del comparto sicurezza e difesa, insegnanti e dipendenti pubblici.
La Repubblica li manda nelle strade, nelle scuole e negli uffici a rappresentarla. Alla cassa del supermercato, però, non concede loro sconti. A luglio l’inflazione è stimata al 2,8 per cento. A giugno le retribuzioni contrattuali della pubblica amministrazione crescevano del 2,3. Le percentuali sono creature educate, sulla carta fanno poco rumore, alla cassa diventano volgari. Il Parlamento discute di sicurezza, pene, divieti e legge elettorale. Quando la rappresentanza si ammala, c’è sempre qualcuno che propone di cambiare il termometro. Ma la paura di un poliziotto, di un insegnante o di un impiegato pubblico che vede lo stipendio durare venti giorni non conquista l’Aula. Per la paura che arriva da fuori abbiamo pattuglie, telecamere e zone rosse. Per quella che entra dal conto corrente, al massimo un convegno. La prima indossa il passamontagna con impunità garantita. L’altra una divisa, entra in classe, timbra il cartellino e paga le tasse.
Poi c’è Milano, laboratorio delle nevrosi nazionali. Un generale arrivato alla politica ha trovato la soluzione alla complessità della città più europea del Paese. Candidare un altro generale. Ordine, sicurezza, pulizia. A Palazzo Marino manca soltanto l’alzabandiera. Il centrosinistra, invece, cerca candidato, coalizione e programma. Manca meno di un anno e vaga nel deserto come Mosè. Con una differenza, Mosè aveva Dio, le Tavole della Legge e una direzione. Qui, per ora, c’è soprattutto il deserto. Sarebbe ingeneroso accusare soltanto la politica.
L’inadeguatezza attraversa tutte le istituzioni, amministrazioni, corpi intermedi ed élite. E le culture liberale, popolare e socialdemocratica, che un tempo trasformavano interessi in visioni e conflitti in mediazione, da tempo sopravvivono più nelle bibliografie che nei partiti. Non sono state sconfitte. Sono state amministrate fino all’irrilevanza. Con un’eccezione, il potere finanziario. Le cinque maggiori banche italiane hanno superato i 15 miliardi di utili netti nei primi sei mesi dell’anno. Loro la terra promessa l’hanno trovata. E senza quarant’anni nel deserto.
Il clandestino della busta paga può quindi stare tranquillo. Per rimpatriarlo bisognerebbe rispedirlo da dove viene, nelle insufficienze di una parte delle classi dirigenti, nelle debolezze delle istituzioni e nelle scelte economiche che lo hanno fatto entrare. Poi basta guardare oltre l’Atlantico per capire che il problema non è soltanto italiano. In Michigan Abdul El-Sayed, musulmano e figlio di immigrati egiziani, ha vinto le primarie democratiche per il Senato. Se vincerà a novembre sarà il primo musulmano al Senato degli Stati Uniti. Il punto non è l’Islam che entra nelle istituzioni, quella è la democrazia. Il punto è una politica occidentale che, mentre continua ad allargare i confini della rappresentanza, sembra sempre meno capace di abitare la società che dovrebbe rappresentare.
Nuovi candidati intercettano comunità, rabbie e bisogni concreti mentre gli establishment faticano a trasformarli in progetto politico. È il paradosso delle nostre democrazie. Il voto resta, i diritti politici restano, ma quando si assottigliano mobilità e progresso sociale, sicurezza, libertà economica e fiducia, il cittadino cerca altrove ciò che i palazzi non riescono più a offrirgli, nell’identità, nella protesta, nel populismo o nella fede. Non sta finendo la democrazia. È il ciclo della democrazia liberale occidentale, convinta di poter vivere di soli diritti politici dopo aver vanificato le proprie promesse sociali, a mostrare le sue crepe più profonde. In Italia il paradosso è più amaro. Quel ciclo rischia di chiudersi prima che la democrazia sociale promessa dalla Costituzione sia diventata realtà.
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